di F.Oli.

CASARANO (Lecce) – Dodici richieste di condanna (per complessivi 153 anni di carcere) per i presunti componenti del clan capeggiato dal collaboratore di giustizia Tommaso Montedoro smantellato a maggio del 2017 con 13 fermi nell’inchiesta “Diarchia”. Il procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi, insieme al sostituto Massimiliano Carducci, ha invocato 20 anni di reclusione per Luca Del Genio, 29enne, di Casarano; 18 anni al cugino Andrea, di 35, entrambi di Casarano, accusati del tentato omicidio di Luigi Spennato; 17 anni per Damiano Cosimo Autunno, 53enne, di Matino, che sono stati giudicati con l’abbreviato condizionato. Di seguito le altre richieste per gli imputati che hanno scelto l’abbreviato secco: 17 anni per Giuseppe Corrado, 48, di Ruffano; 16 anni per Tommaso Montedoro, 42enne di Casarano, considerato il capo dell’omonimo clan (per il quale è stata chiesta l’asoluzione per il tentato omicidio di Luigi Spennato) così come per Ivan Caraccio, 33enne, di Casarano; 14 anni per Maurizio Provenzano, 48, entrambi di Lecce; 9 anni a Lucio Sarcinella, 24enne, di Casarano; 8 anni per Domiria Lucia Marsano, 43enne; 7 anni e 6 mesi per Marco Petracca, 44enne di Casarano, considerato il cassiere del gruppo dalla faccia pulita; 7 anni per Sabin Braho, 33enne, di origini albanesi ma residente a Brindisi; 4 anni e 10mila euro di multa per Salvatore Carmelo Crusafio, di 46, residente a Matino. In giornata sono iniziate le arringhe degli avvocati avvocati difensori Giuseppe Corleto, Simone Viva, Antonio Venneri e Sergio Luceri. Il processo è stato aggiornato al 14 febbraio per le ultime discussioni degli avvocati Mario Coppola, Luigi Rella, Biagio Palamà ed Elvia Belmonte e per l’eventuale sentenza del gup Cinzia Vergine. Un solo imputato, invece, potrebbe patteggiare. Si tratta di Andrea Cecere, 37enne di Nardò. Il suo legale, l’avvocato Giuseppe Bonsegna, ha concordato con il pm una pena di 4 anni e 3 mesi che, ovviamente, dovrà finire al vaglio del gup il prossimo 22 febbraio. Tra i banchi dell’aula bunker del carcere di Borgo “San Nicola” compare anche il Comune di Casarano, tramite l’avvocato Francesco Vergine, come parte civile che ha avanzato una richiesta risarcitoria di 1 milione e 600mila euro.

La Procura antimafia aveva chiesto e ottenuto il giudizio immediato dal gip Alcide Maritati alla luce dello stato di detenzione (in carcere o ai domiciliari) di molti dei neo imputati e della evidenza della prova acquisita nel corso delle indagini. Inizialmente l’inizio del processo era fissato per il 5 febbraio davanti ai giudici in composizione collegiale con rito ordinario poi convertito in abbreviato. I reati ipotizzati sono quelli di associazione a delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio, associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione di armi, ricettazione e furto aggravato.

L’indagine, coordinata dall’attuale procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi, è stata condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo, guidati dal maggiore Paolo Nichilo, dal capitano Andrea Massaro e dal tenente Rolando Russo. Non più una “diarchia”, ma un comando assoluto. Tommaso Montedoro, pezzo da novanta della criminalità, nonostante si trovasse ai domiciliari in provincia di La Spezia, sarebbe riuscito ad assumere il comando, facendo uccidere i rivali, ordinando esecuzioni e costituendo una consorteria criminale del tutto indipendente dopo la rottura del patto di sangue con l’ex fedelissimo Augustino Potenza ucciso a Casarano il 26 ottobre scorso. Un mese dopo le strade di Casarano tornarono a insanguinarsi con l’agguato di Luigi Spennato, rimasto fedele a Potenza: sfuggì alla pioggia di fuoco, ma ora è cieco e si muove su una sedia a rotelle. ll presunto mandante sarebbe stato il boss Tommaso Montedoro. Gli autori materiali, secondo le indagini, i cugini Luca e Antonio Andrea Del Genio. Il movente sarebbe da individuare nella fedeltà di Luigi Spennato ad Augustino Potenza. A dare peso alle ipotesi ci sarebbero riscontri, testimonianze e intercettazioni.

Il clan aveva pianificato un altro omicidio da consumarsi con uno dei riti più violenti e tribali del codice mafioso: la tecnica della “lupara bianca”. Nel mirino era finito Ivan Caraccio. Il giovane doveva essere ammazzato perché parlava troppo. Ma i carabinieri che seguivano gli spostamenti di capo e gregari hanno giocato d’anticipo e lo hanno salvato, arrestandolo con qualche grammo di cocaina. Un’indagine perfetta. Intercettazioni e riscontri hanno scandito il lavoro degli investigatori. Forti della convinzione che si trattasse di una faida interna alla mala di Casarano, per gli investigatori non è stato facile aprire un varco nelle rete blindata di comunicazioni. Per mesi i telefoni intercettati sono rimasti muti. Nulla di rilevante. Fino a quando, poi, non è stato individuato il canale giusto. E allora ogni dialogo è stato una inconsapevole confessione. Su tutto. Gli agguati, il piano per eliminare il sodale ritenuto inaffidabile, i flussi di denaro e il business della droga.

In questi mesi, dagli atti sdoganati dagli inquirenti Montedoro ha parlato di fatti legati all’operazione “Diarchia” ma anche di altre vicende. Ha ripercorso la gestione degli affari illeciti e dei fatti di sangue della zona di Casarano precisando di non aver mai fatto parte della Sacra Corona Unita. Ha parlato anche dell’omicidio del suo ex compagno di scorribande, Augustino Potenza, (ammazzato a colpi di kalashnikov nel parcheggio di un centro commerciale di Casarano il 26 ottobre del 2016) negando di aver mai avuto alcuna responsabilità, addossando le colpe su lvan Caraccio e Andrea Toma. Montedoro ha ammesso di aver partecipato a un altro omicidio, quello di Rosario De Salve, il macellaio di Matino ucciso l’11 marzo del 1998, e su altri fatti di sangue quando era considerato il luogotenente di Vito Di Emidio.

Ha invece negato di aver mai ordinato il tentato omicidio di Luigi Spennato, il 41enne gravemente ferito a colpi di kalashnikov il 28 novembre, riferendo che gli esecutori materiali dell’agguato sarebbero stati Andrea Del Genio, Giuseppe Moscara e Ivan Caraccio. Montedoro ha invece confermato di aver ordinato di eliminare proprio quest’ultimo, ritenuto inaffidabile perchè solito a fare uso di stupefacenti e sostanze alcoliche.