SAN CESARIO (Lecce) – Sui chiude con un’assoluzione piena il processo a carico di G.C., residente a San Cesario, accusato di falso in autodichiarazione. E’ quanto stabilito dal giudice monocratico Marj Giuri. La vicenda trae origine nel febbraio del 2015 quando l’imputato, titolare di un bar nel comune di San Cesario di Lecce, presentava domanda presso l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Lecce per essere iscritto nell’elenco dei soggetti abilitati a svolgere attività in materia di apparecchi da intrattenimento.

Tra gli allegati a tale domanda, vi era una dichiarazione sostitutiva di certificazione nella quale G.C. dichiarava di non avere avuto, negli ultimi 5 anni, misure cautelari, provvedimenti di rinvio a giudizio, condanne con sentenza passata in giudicato o con il cosiddetto “patteggiamento” per delitti contro il patrimonio”.

Esaminata la domanda, il funzionario dell’Agenzia delle Dogane ha cancellato G.C. dall’albo degli iscritti perché lo stesso risultava destinatario, nel 2013, di un decreto penale di condanna per un reato contro il patrimonio e comunicava la notizia di reato, per falso in autodichiarazione, alla Procura della Repubblica di Lecce.

C.G., infatti, è stato rinviato a giudizio, in relazione all art. 483 c.p., per aver attestato falsamente all’Agenzia delle Dogane di non aver subito “condanne” definitive per delitti contro il patrimonio, circostanza non vera, appunto, atteso che dal casellario giudiziale risultava essere stato emesso nei suoi confronti un decreto penale di condanna per il delitto di tentato furto in concorso.

Ebbene G.C., con l’avvocato Sergio Annesi, è riuscito a far emergere l’assoluta infondatezza della notizia di reato in ossequio al sacrosanto principio di legalità di cui all’art. 1 codice penale (che prevede che, ai fini della punibilità, un fatto debba essere espressamente preveduto come reato dalla legge) ed ai suoi corollari principio di tassatività e divieto di analogia in malampartem.

Difatti, l’imputato è stato assolto con la formula più ampia in quanto il giudice Marj Giuri, accogliendo in pieno la tesi difensiva, ha ritenuto G.C. avesse affermato il “vero” e non il falso, tenuto conto che egli era destinatario “solo”di un decreto penale di condanna che è cosa ben diversa, nella forma e nella sostanza, dalla sentenza penale di condanna o dalla sentenza di “patteggiamento” ex art. 444 c.p.p.

L’espressione “condanne con sentenza” non può – sostiene ancora il giudice – essere interpretata estensivamente fino ad includervi anche le “condanne con decreto”; decreto che il legislatore non ha voluto equiparare alla sentenza di condanna.