F.Oli.

COPERTINO (Lecce) – Non si arrendono i genitori del piccolo deceduto dopo soli due mesi di vita. Padre e madre del piccolo, residenti a Copertino, si sono opposti alla richiesta di archiviazione disposta dal Tribunale di Lecce sulla scorta delle indagini coordinate dal pubblico ministero Roberta Licci. E per il 3 aprile, davanti al gip Cinzia Vergine, è fissata l’udienza camerale in cui l’avvocato Cristiano Solinas chiederà la riapertura del caso. Nel registro degli indagati l’accusa di omicidio colposo comparivano i nomi di 15 medici in servizio nei reparti di ginecologia e pediatria del “San Giuseppe” presso l’ospedale “San Giuseppe” di Copertino.

Inizialmente gli indagati erano sei con l’accusa di lesioni personali ma dopo il tragico epilogo l’iniziale accusa è stata riqualificata in omicidio colposo anche ad altri medici. Il presunto caso di malasanità inizia il 16 gennaio dello scorso anno quando il neonato venne trasportato d’urgenza dal reparto di ostetricia-ginecologia dell’ospedale di Copertino al “Vito Fazzi”. A dire dei genitori i problemi sarebbero subentrati subito dopo il parto quando la madre accusò una febbre alta con ripercussioni anche sul figlioletto ricoverato poi al “Fazzi”. Il decesso arrivò nella notte del 18 marzo nonostante i medici tentarono in tutti i modi di tenere in vita il piccolo.

Per l’avvocato della famiglia, però, sarebbero ancora molti i coni d’ombra. Prima del parto la madre del piccolo aveva i valori dei globuli bianchi molto alti con uno stato febbrile forte sintomatico di un processo infettivo tanto che venne somministrata una terapia antibiotica. Per la famiglia l’antibiotico in via preventiva doveva essere somministrato immediatamente anche al piccolo una volta scoperto il problema alla madre. Nessuna segnalazione sarebbe stata inoltrata al reparto ostetricia per consentire di effettuare analisi sul bambino subito dopo la nascita.

La mattina successiva, dopo un prelievo, i valori dei globuli bianchi erano ancora più alti e sul bambino i medici notano delle petecchie (microemorragie puntiformi causate dalla fuoriuscita di sangue da piccoli vasi ematici). Si procede così con un prelievo ematico da cui emerge un processo infettivo da streptococco. Solo, allora, secondo l’avvocato della famiglia, i medici di neonatologia si consultano con i colleghi di ostetricia (dove era ricoverata la madre) venendo a conoscenza dello stato febbrile della donna. Solo a quel punto procedono a somministrare una terapia antibiotica al bambino che, a distanza di poche ore, sarà purtroppo ricoverato in terapia intensiva con un trasferimento d’urgenza al “Vito Fazzi”.

La famiglia insiste sul fatto che “la donna accusò la febbre il 15 gennaio dopo 3 ore dal parto e gli venne subito somministrato l antibiotico mentre per il bambino non solo i ginecologi non avvertirono i pediatri subito delle condizioni della donna – secondo la ricostruzione accusatoria – e che aveva iniziato la cura, ma anche la mattina del 16, quando i pediatri videro i chiari segni della grave sepsi e vengono anche a conoscenza della febbre materna, non somministrano la mattina stessa l’antibiotico, ma aspettano i risultati degli esami usciti nel pomeriggio”. Alle 17,45 il bambino riceve la prima dose di farmaci, come è indicato in cartella: il bambino aveva già le convulsioni segno dell’emorragia cerebrale. A quel punto le condizioni del neonato si aggravano fino alla morte del 18/03/2018. La magistratura ora è chiamata a chiarire se esistono o meno responsabilità.