di Francesco Oliva

CURSI (Lecce) – La Procura di Lecce chiede il processo immediato per Roberto Pappadà, il 58enne di Cursi, responsabile dell’omicidio di Andrea Marti, del padre Francesco, della zia di Andrea, Maria Assunta Quarta e del ferimento della madre di Andrea, Fernanda Quarta. Alla luce delle prove schiaccianti raccolte dagli investigatori e per lo stato di detenzione, il pubblico ministero Donatina Buffelli ha chiesto all’ufficio gip di bypassare l’udienza preliminare e di spedire direttamente a processo l’autore del massacro datato 28 settembre. Nei giorni scorsi sono state depositate sia la consulenza del medico legale Roberto Vaglio che la perizia dell’ingegnere Riccardo Ramirez che ha stabilito quanti colpi sono stati sparati dall’assassino armato di una Smith&Wesson calibro 357 magnum. Gli accertamenti, condotti dai carabinieri del Nucleo Investigativo insieme ai colleghi di Maglie, non hanno però consentito di accertare chi abbia fornito la pistola a Pappadà, identità rimasta ignota. Anche perchè sul punto lo stesso assassino è sempre rimasto molto vago riferendo di non ricordare come abbia recuperato l’arma. Pappadà risponde triplice omicidio pluriaggravato dalla premeditazione e tentato omicidio. E’ sempre detenuto nel carcere di Taranto e il suo avvocato difensore Nicola Leo, a breve, depositerà istanza di abbreviato. Ancora non si sa se secco o condizionato dall’ascolto di qualche persona informata dei fatti.

La strage si consumò di venerdì sera in via Tevere. Non fu un raptus di violenza, un improvviso travaso di bile. No, il piano assassino era stato covato a lungo. E consumato a freddo, come il copione impone a chi sogna la vendetta perfetta. Eccola la sintesi dell’omicidio. Il 58enne attese il rientro di Andrea Marti in auto in compagnia della sua ragazza. Sparò un primo colpo ferendo il giovane. Poi un secondo alla testa facendolo cadere per terra esanime. Nel contempo intimò alla fidanzata di Andrea di andare via risparmiandola perchè nei suoi confronti non serbava motivi di risentimento. La donna si barricò in casa. Telefonò ai genitori del suo ragazzo che in breve raggiunsero via Tevere insieme agli zii della madre. Pappadà, ignaro che gli altri componenti si trovassero altrove, attese all’esterno. Appena i coniugi scesero dall’auto l’assassino sparò tre colpi uccidendo Francesco Marti e Maria Assunta Marti risparmiando il marito di quest’ultima. Ferì in maniera non grave anche Fernanda Quarta. Ripercorrendo il racconto di Pappadà anche la donna doveva morire ma mentre si apprestava a sparare nuovamente venne bloccato dai carabinieri, costretto a gettare a terra la pistola impedendo così di porre a termine la sua missione.

LE INDAGINI

Sul posto arrivarono immediatamente i carabinieri del Norm di Maglie. I militari sequestrarono l’arma: una Smith Wesson non catalogata sprovvista di numeri e contrassegni e pertanto da considerarsi clandestina; la pistola a tamburo conteneva cinque cartucce inesplose mentre per strada vennero ritrovati cinque bossoli calibro 357 a conferma del fatto che Pappadà aveva sparato altrettanti colpi.

MOVENTE

I rapporti tra Pappadà e i suoi vicini si erano incrinati per i dissapori legati ai parcheggi delle rispettive autovetture. A suggellare tale ricostruzione viene in aiuto la ricostruzione fornita da Pappadà che dapprima davanti al pm e poi soprattutto davanti al gip ammette di aver covato da tempo la vendetta estrema nei confronti dei vicini colpevoli di aver occupato il posto macchina vicino alla sua abitazione sprezzanti, a suo dire, della necessità di avere a disposizione il parcheggio per accudire la sorella disabile. Inoltre i vicini si erano resi protagonisti di vari dispetti riponendo davanti alla sua abitazione dei rifiuti. Circa due anni prima, poi, si era verificato l’episodio che gli aveva fatto meditare la strage quando Andrea Marti gli aveva messo le mani al collo con una certa energia in occasione di una discussione di un parcheggio.

VERSIONE DELL’INDAGATO

L’indagato, sia in caserma che davanti al gip, confessò il triplice omicidio con spietata razionalità e lucidità. Confermò i dissapori con i vicini e non pronunciò mai alcuna parola di vicinanza per le vittime o di pentimento per il suo gesto perché, così come emerso in questi mesi di detenzione, per Pappadà l’unico sbocco per liberarsi dei suoi vicini poteva e doveva essere solo quello di una strage. Tanto che il gip Carlo Cazzella, nell’ordinanza di convalida dell’arresto, evidenziava come “l’assassino dimostrò tutti gli stati d’animo sintomatici di un’indole violenta priva di scrupoli e di qualsiasi rispetto della vita umana convinto di aver fatto la cosa giusta e rammaricato di non avere eliminato Fernanda Quarta”. Corposo l’elenco delle persone offese assistite dagli avvocati Arcangelo Corvaglia e Marino Giausa.