LECCE – Ergastolo. La parola cupa e sinistra è riecheggiata nell’aula di Corte d’assise a conclusione della requisitoria con cui il pubblico ministero Giovanni Gagliotta ha invocato il carcere a vita per Andrea Taurino, il 34enne di Casalabate, accusato di aver travolto e ucciso il ciclista leccese di 67 anni Franco Amati, da tutti conosciuto come “Mesciu Franco”. L’imputato è finito alla sbarra con le accuse di omicidio volontario aggravato dall’uso di sostanze stupefacenti, tentato omicidio e lesioni personali (tutti reati aggravati) per il ferimento di un secondo ciclista, ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale.

“Puntò volutamente i due ciclisti per poi nascondere la macchina danneggiata”, è stato il nerbo dell’atto d’accusa con cui il pm ha ricostruito la dinamica e le responsabilità di un’assurda tragedia. “L’imputato non deve beneficiare di nessun’attenuante, è pluripregiudicato e ha agito deliberatamente”, ha poi sottolineato il rappresentante della pubblica accusa nel processo che si celebra con rito abbreviato davanti al gup Vincenzo Brancato. La richiesta del pubblico ministero è stata accolta con moderata soddisfazione dai familiari del ciclista in attesa della sentenza prevista per il 26 aprile nell’alua bunker del carcere di Borgo “San Nicola” subito dopo le arringhe degli avvocati Diego De Cillis per i parenti di Amati e Antonio Savoia per l’imputato. Taurino era presente in aula e non ha trattenuto la propria emozione non appena il pubblico ministero ha concluso il proprio intervento invocando il fine pena mai.

Taurino è accusato della morte di Amati e di aver ferito un secondo ciclista: Ugo Romano, di 64 anni, sempre di Lecce. La tragedia, fatto di cronaca ormai noto, risale al 22 gennaio del 2016 in via Monticelli a Casalabate. I due ciclisti percorrevano un’arteria solitamente frequentata dagli amanti della bicicletta. Improvvisamente sarebbero stati sorpassati a velocità piuttosto sostenuta da una Fiat 500. Dopo un’improvvisa inversione di marcia, Taurino avrebbe puntato la coppia di amici investendo entrambi a forte velocità per poi scappare senza prestare soccorso.

Amati perse la vita sul colpo mentre l’amico rimase ferito. Le indagini dei carabinieri del Nucleo Investigativo, guidati dall’allora capitano Biagio Marro, supportati dai colleghi della stazione di Squinzano (agli ordini del maresciallo Giovanni Dellisanti) consentirono di risalire all’automobilista arrestato poche ore dopo. Il giovane, dal passato turbolento, confessò nel corso dell’udienza di convalida di aver fatto uso di eroina solo poche ore prima e di convivere con uno stato di tossicodipendenza ormai cronico. Gli esami sui campioni di sangue confermarono la presenza di oppiacei e di cannabinoidi.

Sia il Tribunale del Riesame che la Cassazione si sono pronunciati sulla qualificazione giuridica del reato:  se si sia trattato di omicidio colposo o volontario, che sono le due categorie nelle quali la legge cerca di imbrigliare le mille sfumature del ventaglio di possibilità in cui si perde l’animo umano. E hanno sempre confermato l’accusa più grave proprio come la Procura nell’intervento conclusivo.

F.Oli.

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