F.Oli.

TREPUZZI (Lecce) – Nessuna responsabilità per la morte di Giovanna Trofino, la casalinga di 39 anni, originaria di Trepuzzi, lanciatasi nel vuoto dal balcone della sua abitazione nel giugno del 2014. Non sarebbe stata indotta a suicidarsi e neppure maltrattata dal suo convivente dell’epoca: Angelo Quarta, di 43 anni. L’imputato, dopo un lungo processo in abbreviato scandito da perizie e consulenze di parte, è stato assolto per mancanza di prove dal reato di maltrattamenti in famiglia (per il quale il pubblico ministero Donatina Buffelli aveva chiesto 1 anno e 4 mesi di reclusione) e, soprattutto, dall’aggravante di aver causato l’evento morte. Reato, quest’ultimo, di competenza dei giudici della Corte d’Assise e con una pena che oscilla tra i 12 e i 20 anni.

Insomma, in attesa del deposito delle motivazioni del gup Vincenzo Brancato, Giovanna Trofino avrebbe deciso di lanciarsi nel vuoto quella sera dal balcone, in via Marconi, per problemi che non sarebbero legati alla convivenza con il suo compagno dell’epoca. Ed è poi quanto ha sostenuto il legale Marco Pezzuto, che aveva chiesto l’assoluzione del proprio assistito in virtù degli esiti di una consulenza di parte effettuata dal consulente di parte, Claudio Leone, sulle conversazioni intercorse e sui messaggi Facebook che avevano escluso rapporti di violenza e di tensioni tra i conviventi. La difesa ha poi contestato le dichiarazioni rilasciate a sit dai vari familiari della donna depositando anche una corposa memoria difensiva. Tutti i testi, estranei al contesto familiare, sempre secondo il legale, avrebbero confutato le testimonianze fornite dal nucleo familiare e, elemento non secondario, la donna aveva tentato il suicidio in altre due circostanze nei frangenti in cui l’imputato si trovava all’estero per motivi di lavoro.

Eppure Inizialmente, le indagini condotte dai carabinieri della Compagnia di Campi Salentina avevano ipotizzato un possibile collegamento tra l’insano gesto della donna e una convivenza estremamente difficile con il proprio uomo. Nel corso degli accertamenti particolarmente lunghi e complessi sono stati ricostruiti gli anni della convivenza in cui la casalinga sarebbe rimasta vittima di ripetuti episodi di maltrattamenti commessi dal compagno che avrebbero minato lo stato psicofisico della donna. Esasperata dalle ripetute intimidazioni decise di compiere il gesto estremo. Nella sua abitazione. Di sera. In via Marconi. La donna si lanciò nel vuoto dal balcone da un’altezza di nove metri. Morì sul colpo nonostante lo stesso compagno allertò immediatamente i soccorsi. I sanitari del 118 non poterono far altro che constatare il decesso. Nelle ore precedenti la Trofino aveva annunciato la propria intenzione inviando messaggi poco rassicuranti ad alcuni suoi familiari.

L’indagine era stata inizialmente archiviata. Successivamente, il gip Carlo Cazzella aveva accolto la seconda opposizione alla richiesta di archiviazione disponendo l’imputazione coatta per Quarta. Nella sua ordinanza, il gip rimarcava la gelosia ossessiva del compagno, un costante atteggiamento prevaricatore dell’uomo con imposizioni nel modo di vestire, limitazione delle spese e un’insofferenza alle relazioni con altre persone. Una ricostruzione confutata dall’uomo nel corso di un lungo interrogatorio davanti al pm Donatina Buffelli. Quarta raccontò che la ex compagna abusava di alcol e che il suicidio sarebbe stato una libera scelta della donna. Nel processo, il gup ha poi disposto una perizia su cui difesa e parte civile (con l’ingegnere informatico Luigina Quarta) si sono a lungo confrontate giungendo ad un verdetto assolutorio. Un nulla di fatto in termini processuali e di eventuali risarcimenti. I familiari della vittima (padre, madre, le due sorelle, il fratello e il figlio) si erano infatti costituiti parte civile assistiti dagli avvocati Giovanni Carmine Miglietta, Gaetano Stea, Pierpaolo Schiattone e Mina Greco.