LECCE – Oggi incontriamo uno dei massimi esperti italiani di diritto dell’informazione, il professore Ruben Razzante, per riflettere insieme a lui sul futuro del giornalismo e sulle fake news che continuano a inquinare il web.

Ruben Razzante è docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano e alla Lumsa di Roma. È editorialista di QN Quotidiano Nazionale, del quotidiano Il Giorno, del settimanale Oggi, della Nuova Bussola Quotidiana (www.lanuovabq.it) e cura un blog sull’Huffington Post. Ha dato alle stampe: Giornalismo e comunicazione pubblica (Milano, 2000), Informazione: istruzioni per l’uso (Padova 2014), Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione, giunto alla settima edizione (Padova 2016) e L’informazione che vorrei (Milano 2018). Svolge un’intensa attività consulenziale sui temi della gestione dei media, delle strategie di comunicazione delle aziende editoriali e della tutela dei diritti in Rete.

Professor Razzante, le fake news non si riescono a debellare: di chi è la colpa? Manca una legge davvero efficace?

«Le fake news vengono sicuramente amplificate dalle tecnologie, che hanno una potenza diffusiva enorme. Nel mare magnum della Rete viaggiano tanti contenuti indistinti che richiederebbero un costante discernimento da parte degli utenti. Ma non sempre ce n’è il tempo. L’Unione Europea ha predisposto un codice di autoregolamentazione contro le fake news, anche in vista delle elezioni europee, proprio per impedire che i meccanismi di formazione del consenso elettorale siano alterati dalla disinformazione. Se il codice dovesse rivelarsi inefficace, un intervento legislativo si imporrà, ma a livello europeo, non nazionale».

Alcuni membri della maggioranza pensano di eliminare l’Ordine dei Giornalisti, visto che non esiste nella maggior parte dei paesi europei: lei crede che sia una mossa giusta? Molti giornalisti ritengono che si tratti di un ente inutile, che si fa sentire una volta l’anno per i cento euro da corrispondere come associato. 

«Il discorso è più complesso e investe la questione più generale dell’accesso alla professione giornalistica. Il governo in carica ha posto sul tappeto giustamente il tema degli editori puri e dei condizionamenti che incidono sulla qualità e libertà dell’informazione. Abolendo l’Ordine, però, le garanzie di libertà e autonomia per i giornalisti verrebbero meno anche dal punto di vista legislativo, perché oggi, proprio in forza della legge istitutiva dell’Ordine, il giornalista può invocare la coerenza deontologica per sottrarsi alla carica pervasiva degli altri poteri, da quello politico a quello giudiziario. Senza l’Ordine, il presidio deontologico verrebbe meno e i giornalisti sarebbero completamente asserviti agli editori e ai poteri extraeditoriali. Poi concordo con lei sul fatto che l’Ordine abbia necessità di recuperare credibilità presso i suoi iscritti e di funzionare meglio».

La carta stampata boccheggia e il governo taglia i contributi. Si può fare giornalismo libero di livello nazionale senza il contributo pubblico? L’esperienza del Fatto Quotidiano può essere ripetuta anche dagli altri o ci avviamo alla chiusura dell’80% dei giornali?

«Anche su questo le forze di governo pongono una questione legittima, che attiene all’introduzione di parametri “meritocratici” nell’erogazione degli aiuti indiretti all’editoria. Se però si interviene con l’accetta, tagliando gli aiuti indiretti, senza parallelamente creare le condizioni per una rifioritura del mercato editoriale, anche attraverso il contributo finanziario dei colossi della Rete, rischiamo di creare un vuoto nel mondo dell’informazione, che certamente verrebbe colmato da soggetti non professionali, a scapito della qualità delle notizie  e del sacrosanto diritto dei cittadini ad essere correttamente informati».

Di recente ho scritto un pezzo in cui spiegavo che la disintermediazione applicata al giornalismo è un’illusione perché c’è sempre bisogno di acquisire informazioni da giornalisti di fiducia capaci di verificare i fatti. Eppure il giornalismo è in coma e la gente attinge sempre di più dai social senza distinguere tra notizie autorevoli e fake news. Manca la cultura della funzione democratica della professione giornalistica? Dovrebbe essere insegnata a scuola?

«L’ultimo Rapporto Censis dà però speranze in questo senso, perché indica che le persone si fidano sempre meno delle notizie che trovano sui social e cercano conferme sui media tradizionali, che dunque si stanno in qualche modo risollevando, in particolare la tv. Detto ciò, le criticità sono evidenti, così come è evidente il fatto che gli intermediari sono e resteranno necessari. Il valore aggiunto del giornalismo di qualità dev’essere difeso in due modi: sensibilizzando i giganti del web a investire nell’informazione professionale e educando le nuove generazioni al valore dell’informazione come bene pubblico».

Nel giornalismo, dal livello nazionale a quello locale, domina il precariato e la disoccupazione eppure spuntano come funghi master, corsi universitari e scuole dove vengono illusi tanti giovani destinati a marcire per 5-7 euro al pezzo. Perché si insiste sulla strada dello sbilanciamento tra domanda e offerta?

«Le scuole e i master in giornalismo possono funzionare bene e formare giornalisti bravi e competenti. È frustrante, lo riconosco, uscire da un master che ha anche dei costi notevoli e ritrovarsi disoccupato o sottopagato. Ma chiudere i master e rinunciare alla formazione universitaria dei nuovi giornalisti vorrebbe dire in qualche modo avallare la tendenza alla dequalificazione del giornalismo».


Non ritiene che la crisi economica che affligge questo settore stia abbassando drasticamente la qualità del giornalismo italiano?

«La crisi economica non premia la qualità dell’informazione, per questo occorrono nuovi modelli di business e scelte politiche illuminate e di prospettiva, non viziate dagli interessi della politica, in particolare di chi temporaneamente sta al governo».

Viviamo ogni giorno il dramma della violazione del diritto d’autore, soprattutto noi che lavoriamo con il web. Foto e notizie rubate e rilanciate cinque minuti dopo il nostro lancio. Come si esce da questo dramma in cui il nostro lavoro viene usato gratuitamente da tanti altri che ci guadagnano in maniera parassitaria?

«Se ne sta discutendo in Europa. Le violazioni del diritto d’autore nel web sono copiose e continue. Occorre una disciplina europea rigida, in grado di remunerare chi genera qualità e investe nella produzione di contenuti creativi. Le piattaforme devono essere obbligate a contribuire e a pagare il diritto d’autore sulle opere che indicizzano, ma senza logiche punitive che finirebbero per deprimere l’economia digitale, vero volano della crescita degli Stati e dell’Europa».

Le denunce per diffamazione e le minacce nei confronti dei giornalisti aumentano: come si potrebbe intervenire dal punto di vista legislativo per difendere il sacrosanto diritto all’informazione?

«Anzitutto con una normativa sulle querele temerarie, poi valorizzando lo strumento della rettifica delle notizie inesatte. Ma spesso la colpa è dei giornalisti, che non approfondiscono sufficientemente le notizie e non rispettano la loro deontologia. Da questo punto di vista un po’ di sana autocritica non guasterebbe, anzi restituirebbe nell’opinione pubblica un po’ di fiducia in più nei confronti dei giornalisti».

Gaetano Gorgoni