F.Oli.

SPECCHIA (Lecce) – Dal chiuso del proprio domicilio impartì l’ordine di bruciare l’auto della moglie punita perché, a dire di quell’uomo padrone, aveva osato denunciarlo per i ripetuti episodi di maltrattamenti andati avanti per nove lunghi anni. Così, dopo una prima sentenza a 3 anni e 4 mesi di reclusione per quei ripetuti e odiosi soprusi, per Giovanni Perdicchia, 44enne di Specchia, arriva una nuova condanna: a 3 anni di reclusione questa volta con le accuse di maltrattamenti in famiglia e danneggiamento seguito da incendio. La sentenza è stata pronunciata dal giudice monocratico della seconda sezione penale Annalisa De Benedictis che ha riconosciuto all’imputato, difeso dagli avvocati Tony Indino e Luca Puce, le attenuanti generiche per l’atteggiamento collaborativo dimostrato nel corso del processo. Nei confronti della moglie (da cui ora l’uomo è separato) è stato disposto un risarcimento per i damni subìti da quantificarsi in separata sede. “Posso solo dire”, commenta l’avvocato di parte civile, Anna Laura Remigi, “che in questa circostanza la magistratura tutta ha lavorato con professionalità e velocemente perchè questa donna ed i suoi tre figli non solo potessero avere subito giustizia ma potessero anche cominciare a vivere più serenamente perchè protetti dallo Stato”.

Eppure per tanto, forse troppo tempo, non è stato così. Stando agli accertamenti condotti dai carabinieri di Specchia, il 44enne avrebbe ordinato l’incendio di una Renault Kadjar, intestata alla vittima, il 24 maggio scorso. Un 47enne di Andrano, infatti, sarebbe stato mandato sul posto per intimidirla e incendiarle la vettura. Sarebbe stato aiutato, in cambio di una modesta somma di denaro, da un terzo individuo, un 28enne sempre del posto. L’auto andò completamente distrutta. In sede di denuncia la donna puntava i suoi sospetti sul marito per le denunce sporte nei suoi confronti. Con una successiva integrazione di denuncia la stessa vittima faceva riferimento ai continui post pubblicati su Facebook e su WhtsApp in cui Perdicchia continuava a offenderla e a minacciarla di pubblicare immagini compromettenti sui social network. L’analisi incrociata di svariati filmati di videosorveglianza, testimonianze e tabulati telefonici dei tre soggetti coinvolti, hanno incastrato Perdicchia e i suoi due complici.

Le immagini private acquisite da alcune videocamere nei comuni di Specchia e Tricase hanno immortalato, in orari compatibili all’innesco dell’incendio, l’autore a bordo di una Fiat Panda di colore bianco, presa a noleggio il pomeriggio del 23 maggio a Tricase: la notte precedente  a quella del rogo. Il veicolo è stato poi riconsegnato, dopo un paio di giorni, presso lo stesso autonoleggio. Attualmente l’uomo si trova detenuto proprio per il rogo dell’auto della moglie che, lentamente, sta cercando di ritrovare serenità ed equilibrio dopo tanti anni costellati da violenze e sopraffazioni.