LECCE – Fulvio Palese è uno dei pochi musicisti capaci di farsi ammirare da più generazioni, grazie alle sue coinvolgenti performance, al suo talento e creatività, che gli hanno permesso di regalare al pubblico dei meravigliosi pezzi di cui lui è autore. Con un virtuoso del sax abbiamo parlato del jazz e della grande influenza che questo genere musicale (erroneamente considerato di nicchia!) esercita ancora su tutti i nuovi generi musicali, ma abbiamo chiesto al maestro anche come si diventa musicisti e quali sono le regole da seguire. In chiusura di intervista Fulvio Palese, che è uno dei più prestigiosi, esperti e preparati insegnanti salentini dell’Accademia Damus di Lecce (con quasi 40 anni di carriera alle spalle), ci ha suggerito alcuni brani da ascoltare. Sono ottimi suggerimenti per appassionarsi al jazz e al sax, uno strumento elegante, che quando è suonato da musicisti come il docente del Damus che abbiamo intervistato oggi, sprigiona musica sempre raffinata, capace di far vibrare l’anima. 

L’INTERVISTA AL MAESTRO FULVIO PALESE

Fulvio Palese è uno dei più talentuosi ed esperti sassofonisti in circolazione nel Salento: chi sono i suoi maestri e quali sono i suoi riferimenti musicali?

«Ho iniziato a suonare il saxofono per caso, in una scuola di musica di Racale, il mio paese natale, nel lontano 1980. Il maestro, anche di quello che di lì a poco sarebbe diventato un rinomato complesso bandistico, era Pompilio Librando. Mi piace qui ringraziarlo, devo a lui moltissimo. Da ragazzino ascoltavo la musica leggera, cercavo di capirci qualcosa, mi davo da fare per reperire qualche audiocassetta di Fausto Papetti, un grande per molti versi. E poi quasi da subito la scoperta del jazz, attraverso alcuni amici appassionati. E i primi viaggi a Milano sul finire degli anni Ottanta, laddove ebbi la possibilità di incontrare musicisti che fino a quel momento avevo solo sentito nominare o letto su qualche rivista. Ho studiato filosofia presso l’Università del Salento (sono dottore di ricerca) e saxofono presso il Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce, sotto la guida del maestro Luigi Fazi».

Negli anni ‘80 il sax era fondamentale anche nei pezzi rock, dava quel tocco di classe in più. Oggi lo si mischia all’elettronica. Il computer rischia di sostituire il musicista? I musicisti devono adeguarsi alle tecnologie?

«Credo che gli anni ’80 siano stati quelli che hanno consacrato il sax nella musica di grande consumo a livello planetario. Basta pensare a Bruce Springsteen, agli Spandau Ballet, ai Dire Straits o ai Rolling Stones, giusto per fare dei nomi. Certo oggi il modo di produrre la musica è molto cambiato ed è un dato oggettivo la presenza massiccia delle tecnologie. Ma ciò non vuol dire che i musicisti non debbano essere preparati. Anzi, direi, che la facilità di realizzare prodotti musicali può portare spesso a mettere sul mercato emerite banalità. La preparazione, unita ad un buon intuito artistico, resta fondamentale per essere un musicista di spessore, in qualunque genere musicale. Quanto al sax, una grande spinta l’ha ricevuto negli ultimi vent’anni dalla musica disco, soprattutto house: anche qui, tradizione e tecnologia».

Lei è uno dei più esperti docenti del Damus, quali sono le regole per diventare un bravo musicista? Quanto bisogna studiare al giorno?

«Premetto che per me è un piacere far parte del corpo docente dell’Accademia Damus, ormai da sette anni, di quella che a tutti gli effetti deve essere considerata un’istituzione della formazione musicale ed artistica (ma non solo) a Lecce e provincia. Per tornare alla domanda, ai miei allievi dico spesso che imparare a suonare uno strumento è una pratica zen. Bisogna farne ogni giorno un po’, spesso senza farsi tante domande. Bisogna farlo per il gusto di farlo e per il benessere che ciò ci può dare. I risultati, poi, vengono. Anche se ogni soggetto ha i suoi tempi e le sue peculiarità».

Da quale genere bisogna cominciare per trovare la propria «strada musicale»?

«Non è una questione di genere, a mio avviso. Qualcosa, e da qualche parte, bisogna apprendere. Che sia la strada, la propria tribù o una grande accademia musicale è in ogni caso necessaria una buona disposizione alla formazione».

Hai ragione: l’impegno e la determinazione sono fondamentali…Saper scrivere e leggere musica è importante per un buon musicista?

«Una volta ad una coppia di cabarettisti sentì dire: “Lo sai che un mio amico sa leggere la musica?”. E l’altro: “Perché la musica si legge? Non si suona?”. Ecco, credo che in questa battuta vi sia un fondo di verità. Conosco musicisti con una grande formazione accademica che leggono e scrivono benissimo la musica che non hanno mai prodotto nulla di interessante, così come ne conosco tantissimi, anche nomi altisonanti, che non conoscono “una nota” e che hanno fatto cose straordinarie. Direi che molto dipende dal settore in cui si opera. De Andrè sicuramente non sarebbe stato in grado di comporre una sinfonia per orchestra sinfonica, ma ad uno che ha scritto “La canzone dell’amore perduto”, “Dolcenera” e “Il pescatore” cosa vuoi dire?».

Lei è autore di diversi lavori piuttosto raffinati musicalmente: a quali si sente più legato? Quali sono i progetti che sta portando avanti in questo periodo?

«Il mio lavoro preferito, ovviamente, è quello che ancora deve uscire. Ma qui non posso non citare io mio recente “Alétheia”, pubblicato nel 2017 per la prestigiosa etichetta AlfaMusic, il cui titolo “svela” la mia formazione filosofica. Ma sto lavorando ad un progetto di cui ancora non posso dire un granché, che riguarderà molto la Puglia».

Oggi un musicista può vivere solo con i live, oppure l’opera intellettuale, che troppo spesso si scarica gratis, può avere qualche forma di redditività?

«Diciamo che con la vendita dei propri brani non si riescono a fare più grandi numeri. I live sono certamente la principale fonte di guadagno per noi musicisti, insieme certamente all’attività di insegnamento. Posso dire però, per esperienza personale, che durante i concerti si vendono molti cd».

Nello strumento a fiato si nasce col talento o si diventa bravi? Come riconosce un ragazzo talentuoso? Al Damus ne ha individuato qualcuno?

«Non so dire se il talento sia qualcosa di innato o se lo si acquisisca con l’impegno. I casi sono davvero tanti e ogni allievo è sempre una singolarità che, in quanto tale, va considerata. Al docente spetta il compito di offrire il miglior ambiente educativo affinché ogni studente possa sviluppare al massimo le proprie attitudini. In Damus ho avuto ed ho diversi allievi molto talentuosi (mi permetterete qui di non fare nomi). Molti di loro ogni anno mi danno tante soddisfazioni nell’ambito dei concorsi internazionali a cui partecipano, delle certificazioni e delle manifestazioni pubbliche che l’Accademia organizza. Così come diverse soddisfazioni nel tempo mi sono giunte da quegli allievi che si sono distinti laddove abbiano scelto altri percorsi di formazione come il liceo musicale o il conservatorio, per i quali la nostra scuola ha avuto premura di prepararli».

Perché il jazz va così tanto nei locali, ma si sente così poco in radio?

«In realtà questo è vero in parte. Il jazz si suona molto nei club, è vero. Ma bisogna intendersi su cosa sia il jazz. Vi sono molti autori e cantanti anche di ambito pop che attingono a piene mani dal mondo del jazz, da questo grande “calderone”, come mi piace definirlo, che in poco più di un secolo ha pervaso ogni ambito della musica, anche quella classica. E poi non dobbiamo dimenticare che il Italia abbiamo un numero incredibile di rassegne e festival jazzistici, oltre a poter contare su una tradizione, anche televisiva, che ha dato ampio spazio a questo genere».

Ci lasci con una colonna sonora: ci consigli uno o due pezzi da ascoltare dopo aver letto questa intervista.

«Vi consiglio due album ed un mio brano: “Plus 4” di Sonny Rollins, “Tutu” di Miles Davis e “Mandelina”, un brano dall’ultimo album a cui tengo molto».