NARDO’ (Lecce) – Sabato 21 settembre, alle ore 19.30, presso la Sala Roma, al piano terra dell’antico Seminario di Nardò, in piazza Pio XI, sarà presentato il libro “Per troppa luce” di Livio Romano (Fernandel Editore).

Livio Romano è nato nel 1968 a Nardò, in provincia di Lecce, dove vive. Insegna italiano agli stranieri. Ha esordito con tre racconti in Sporco al sole a cura di Michele Trecca, Gaetano Cappelli ed Enzo Verrengia (Besa Booksbrother, 1998) e con un racconto in Disertori (Einaudi), a cui sono seguiti i romanzi Mistandivò (Einaudi, 2001), Porto di mare (Sironi, 2002) e Niente da ridere (Marsilio, 2007), il saggio Da dove vengono le storie (Lindau, 2000) e il lungo reportage dalla Bosnia Dove non suonano più i fucili (Big sur, 2005).

Il Libro

Uno dei tanti meriti di Per troppa luce, il nuovo romanzo di Livio Romano, è quello di suggerire le domande giuste. La prima potrebbe essere: perché il tema del parco turistico d’ambientazione storica gode, da qualche anno, di così larga fortuna? Dopo “Eternapoli” di Giuseppe Montesano (Di questa vita menzognera, 2003) e il “Trinacria Park” dell’omonimo romanzo di Massimo Maugeri (2013), ecco infatti “Neripoli”, mostruoso parco a tema che campeggia in Per troppa luce. In realtà, qui, il parco si presenta solo in forma di progetto, ideato da tre affaristi cialtroni; a opporvisi, un comitato di cittadini che vuole proteggere l’area del Salento a esso destinato e già coltivata a ulivi secolari. Ebbene, un motivo per cui l’idea del parco tematico eccita la fantasia degli scrittori potrebbe essere la sua predisposizione a offrirsi quale allegoria dell’Ipermoderno, assorbendo le logiche del mercato, proponendo secondo tali logiche ogni fenomeno culturale, spettacolarizzandolo e conferendogli quella leggerezza che ne permetta un facile e veloce consumo.

Eppure, dopo pochi capitoli, potrebbe sorgere un altro dubbio: che Per troppa luce sia soprattutto un romanzo d’amore. È vero, la storia di megalomania edilizia è quella che fa da scheletro e che ci fa scorrere rapidissimamente sulla rètina una carrellata di immagini cult della nostra epoca, facendoci così sperimentare, grottescamente amplificata, la nuova percezione dello spazio-tempo: ma ciò che dà peso al romanzo è il contraddittorio rapporto sentimentale fra l’ispettore del lavoro Antonio e Simona, avvocato civilista. Entrambi invischiati nelle disavventure di Neripoli, attraverso poche scene simboliche ad altissima intensità i due ci spingono a domandarci se e come, oggi, si possa amare, lasciandosi coinvolgere nel profondo, in «una celebrazione della vita, dell’amore, del creato. Un’altra domanda riguarderà, poi, il titolo. L’esposizione all’intensità della luce naturale che il sentimento, la bellezza interiore, l’intimità condivisa diffondono ci fa paura, non ci siamo più abituati».

Per troppa luce è un romanzo godibilissimo, appassionante e divertente, se riesce ad afferrare il lettore e a trascinarlo allegramente nell’algido inferno del nostro tempo è proprio in virtù di una lingua tentacolare, che origina, sì, da una naturale inclinazione, già esibita nel 2001 in Mistandivò ma che oggi ha raggiunto il massimo della potenza e della maturità espressive.