MONTESARDO SALENTINO (Lecce) – Lucio Marzo rinuncia al ricorso in Cassazione e la condanna per l’omicidio della fidanzata Noemi Durini a 18 anni e 8 mesi diventa definitiva. È stato lo stesso 19enne di Montesardo salentino a non voler ricorrere al terzo grado di giudizio (che valute le sentenze solo nel merito senza esaminare la legittimità dei procedimenti di primo e di secondo grado) comunicando la sua decisione con una lettera scritta di pungo dal carcere di Quartucciu (in provincia di Cagliari) al legale Luigi Rella.

Scaduti i 45 giorni per depositare il ricorso la sentenza è così passata in giudicato. Maggiorenne da quasi due anni la volontà di Lucio ha prevalso sulle perplessità manifestate dai genitori per una scelta che, però, consente di aprire il varco a possibile richieste di permessi premio di cui il giovane potrebbe usufruire con la condanna passata in giudicato. Una possibilità seppur ancora remota di concreta attuazione. Per depositare eventuali istanze, infatti, la direzione penitenziaria del carcere sardo dovrà redigere relazioni di buona condotta del detenuto che finiranno poi al vaglio di un giudice del Tribunale di Sorveglianza. Di certo il sistema giuridico per i minori è molto più elastico e consente di usufruire di sconti di pena e permessi molto più rapidi.

La sentenza d’appello è stata emessa a giugno quando i giudici della Sezione Promiscua della Corte d’Appello hanno confermato la sentenza emessa ad ottobre dello scorso anno dal gup Aristodemo Ingusci con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà, dalla premeditazione e dai futili motivi.

Quella notte del 3 settembre del 2017, stando agli esiti investigativi condotti dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Lecce insieme ai colleghi di Tricase e Specchia, Lucio prelevò la studentessa dall’abitazione di Specchia con la Fiat 500 di famiglia. Dopo aver percorso una decina di chilometri raggiunsero una campagna alla periferia di Castrignano del Capo dove Lucio consumò il suo progetto omicida. Una mano assassina a soli 17 anni. Lucio ferì Noemi con alcune pietre. Poi, dopo una rapida colluttazione, colpì la fidanzata con una coltellata alla nuca. Infine trascinò il corpo della ragazza sotto un cumulo di pietre di un muretto a secco lasciando Noemi agonizzante. Rientrò a casa. Senza nutrire alcun rimorso. Noemi morì dopo circa tre ore per asfissia così come accertato dal medico legale Roberto Vaglio.

Da subito la scomparsa della ragazza inquietò i suoi genitori. La madre Imma puntò immediatamente il dito contro Lucio adombrando che la figlia non si fosse allontanata spontaneamente. Purtroppo l’istinto materno si rivelò fondato. Dopo dieci giorni di appelli, ricerche e sopralluoghi, Lucio confessò in lacrime in caserma di aver ucciso la sua fidanzata accompagnando gli investigatori nel luogo in cui aveva nascosto il cadavere. “Voleva che sterminassi la mia famiglia per vivere insieme” fu l’alibi fornito agli investigatori.

Nei mesi successivi, però, Lucio ritrattò più volte tirando in ballo Fausto Nicolì, meccanico di Patù, come autore materiale dell’omicidio. Salvo poi fare un altro passo indietro nel corso dell’udienza preliminare quando confessò nuovamente il delitto chiedendo per la prima volta scusa ai genitori di Noemi. Il perdono dei familiari della vittima (mamma Imma, il padre Umberto e la sorella Benedetta assistiti dagli avvocati Mario Blandolino e Francesco Zacheo) non è mai arrivato. E probabilmente mai arriverà.

In giornata era prevista davanti al gup del Tribunale per i Minori l’udienza per una presunta aggressione quando Lucio era minore ma l’udienza, per un impedimento del giudice, è stata rinviata a dicembre.