RACALE/TAVIANO (Lecce) – Svolta nell’inchiesta sulla scomparsa di Mauro Romano, il bimbo di 6 anni di Racale rapito e svanito nel nulla il 21 giugno del 1977. Il nome di A.S., il 69enne di Taviano, arrestato martedì per i presunti abusi ai danni di almeno 17 ragazzini, è stato iscritto dal pubblico ministero Stefania Mininni nel registro degli indagati con le accuse di omicidio volontario e occultamento di cadavere con l’aggravante di aver agito ai danni di un minore. Si tratta dello stesso uomo già indagato nei decenni passati subito dopo la scomparsa del bambino mai più ritrovato.

Con sette telefonate A.S., all’epoca 25enne, chiese 30 milioni ai due genitori per rivedere il figlio. Si esprimeva al plurale. Diceva di poter dimostrare che Mauro era ancora vivo, tagliandogli un dito della mano o un orecchio. E chiedeva di fare presto. A.S. venne sorpreso dai carabinieri in una cabina della Sip, al termine dell’ultima drammatica telefonata: “Se non vi affrettate a portarmi i soldi, ve lo faremo trovare in un pozzo”.

I genitori del piccolo Mauro

Ed un pozzo, effettivamente, è stato ispezionato dai vigili del fuoco insieme ai carabinieri del Reparto Operativo di Lecce a dicembre alla ricerca dei resti del piccolo Mauro alla periferia di Taviano nei terreni, guarda caso, in cui sorge il casolare in cui A.S. incontrava i minori e a soli 200 metri dal centro abitato di Racale. Non proprio una coincidenza a leggere gli ultimi risvolti dell’inchiesta. Anzi la svolta. Un fascicolo finito nel dimenticatoio per anni e riaperto grazie all’abnegazione dei genitori del piccolo, la madre Bianca Colaianni e il padre Natale Romano, che avevano chiesto che l’inchiesta sulla scomparsa del figlio venisse riaperta alla luce dell’arresto di A.S. Una svolta inattesa, dunque, subito dopo il suo arresto. Nel pomeriggio importanti passi avanti potranno arrivare con l’ascolto dei genitori come persone informate dei fatti sentiti in una località segreta con la speranza di imprimere un’accelerata nella ricerca dei resti che una mamma ormai 70enne reclama, invano, da anni.

Mauro Romano oggi, invece, avrebbe 48 anni. Scomparve nel nulla nel pomeriggio del 21 giugno del 1977. Si trovava con il fratello Antonio in casa dei nonni materni, a Racale. I genitori, infatti, avevano raggiunto Poggiomarino, comune in provincia di Napoli, per partecipare ai funerali del nonno di Mauro. Al momento della scomparsa il piccolo stava giocando a nascondino con alcuni bambini. Dei testimoni videro salire Mauro su un’automobile bianca. Poi più nulla. Le indagini, condotte dai carabinieri di Casarano, concentrarono le proprie ricerche nella località denominata “Castelforte”. In un trullo fu trovato un batuffolo di ovatta, utilizzato, molto probabilmente, come tampone narcotizzante. Ad alimentare l’angoscia, le successive richieste di denaro per circa 30 milioni di vecchie lire indirizzate alla famiglia del piccolo per le quali è stato condannato proprio l’anziano indagato ora per pedofilia.

Per ben due volte il Tribunale di Lecce ha archiviato l’indagine coordinata anche dall’allora sostituto procuratore Giuseppe Capoccia (attuale procuratore capo a Crotone). Erano stati i genitori del piccolo, nel maggio del 2010, a far riaprire le indagini con una denuncia che si fondava sul racconto di un amico della famiglia morto in un incidente circa quindici anni fa.  Una denuncia basata sul racconto, avvenuto nel 1998, di un amico dei genitori di Mauro, morto poi in un incidente stradale circa dieci anni fa. Non sporsero denuncia nell’immediato per non violare il rigido regolamento della loro religione, quella dei testimmmoni di Geova che non permette a un fratello di trascinare in Tribunale un altro fratello della stessa religione. Vincolo venuto meno dal momento che quell’uomo non faceva più parte della congregazione. Raccontò così che a rapire il bambino era stato una persona vicina ai genitori, per somme di denaro che gli erano state promesse. E nel registro degli indagati venne iscritto il nome di un barbiere, amico della famiglia. Nel 2012, nel decreto di archiviazione, l’allora gip Annalisa De Benedictis scriveva come “gli investigatori hanno verificato un generale clima di latente omertà nell’ambito della comunità religiosa di cui denuncianti e denunciato facevano parte. Tale aspetto ha avuto un ruolo non trascurabile nella risoluzione della vicenda”.

Altri filoni investigativi sono stati esplorati da investigatori e inquirenti in tutti questi anni. Tra i bambini con cui giocava a nascondino il piccolo Mauro quel giorno di inizio estate c’era anche Vito Paolo Troisi. Non un nome qualunque. Ma un giovane che, anni dopo, sarebbe diventato un boss della Scu e condannato nel 1997 all’ergastolo per l’omicidio di Luciano Stefanelli. L’ergastolano, di quel giorno, non ricorderebbe nulla. Ma chiese all’allora Procuratore Capo Cataldo Motta di essere ascoltato con un teleramma ma le sue indicazioni sono approdate in un nulla di fatto. Sullo sfondo i tanti misteri, silenzi e depistaggi all’ombra di un clima di paura e di omertà che si sono alimentati all’interno della comunità dei testimoni di Geova che, come sottolineato dal gip nella seconda ordinanza di archiviazione, aveva contribuito in maniera decisiva a non far emergere la verità. Quella che, da alcune ore, potrebbe essere più vicina dopo l’iscrizione nel registro degli indagti di un anziano arrestato per pedofilia.