F.Oli.

ACQUARICA DEL CAPO (Lecce) – Niente indagini suppletive nell’inchiesta sulla morte di Ivan Ciullo, in arte “Ivan Navi”, il 34enne cantautore e dj radiofonico, di Acquarica del Capo, trovato impiccato la mattina del 22 giugno 2015 ad un albero d’ulivo nelle campagne alla periferia del paese. Il gip Vincenzo Brancato ha archiviato il caso per la seconda volta dopo una prima opposizione. Nell’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Carmen Ruggiero, come unico indagato compariva un amico del giovane, di 65 anni, residente sempre ad Acquarica, (difeso dall’avvocato Giuseppe Minerva) accusato di istigazione al suicidio. “Non posso commentare il provvedimento”, dichiara l’avvocato Francesca Conte, legale della famiglia Ciullo, “perchè la notifica mi è arrivata incompleta. Pur rispettando la decisione della Magistratura richiederemo sicuramente la riapertura del caso alla luce degli esiti di una consulenza di un esperto in medicina legale di Firenze che ha raccolto nuovi elementi. Anche perchè un provvedimento di archiviazione non equivale ad una sentenza di assoluzione”.

Nell’ordinanza il gip ripercorre, passo passo, le fasi dell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Carmen Ruggiero. Il fulcro del caso si incentrava, in particolare, sull’orario di un messaggio WhatsApp inviato dal dj al suo amico con cui Navi annunciava la sua uscita da casa per non tornarci più e che sarebbe stato troppo tardi una volta ritrovato. Il messaggio si chiudeva con un attestato di affetto al suo amico. Navi auspicava che dopo il suo gesto non sarebbe finito nei guai per qualcosa che voleva fare lui. La difesa ha evidenziato come quel messaggio sia stato inviato pochi minuti prima della morte del dj (alle 18.21 e non due ore prima come sostenuto dal legale della famiglia) quando l’indagato si trovava come appurato dal tracciato gps all’ingresso di Tuglie, a diversi chilometri di distanza dal luogo della tragedia e senza aver mai acquisito la certezza che il messaggio fosse stato letto.

A chiare lettere il gip irrobustisce gli esiti della prima perizia svolta dall’ingegnere Claudio Leone quando sottolinea che una telefonata intercorsa tra i due esclude che fino al decesso del giovane sia potuto avvenire un incontro con il suo amico. Ricostruzione, di fatto, che annulla l’ipotesi di omissione di soccorso. Il gip si sofferma anche sull’analisi dei dati presenti nella memoria dei dispositivi repertati che non ha riscontrato di riscontrare la presenza di evidenze di indagini tra il 20 e il 23 giugno di tre anni fa o altre informazioni ricollegabili con la morte del dj. Sono stati scremati i contenuti di tutti i messaggi che darebbero contezza di un rapporto assolutamente sereno senza alcun riferimento a decisioni drastiche o di carattere risolutivo.

Eppure nelle scorse settimane gli esiti della consulenza svolta dal criminologo Roberto Lazzari, esperto in indagini scientifiche forensi, avevano alimentato la fiammella della speranza nei familiari di Ivan. Il consulente di parte aveva evidenziato i presunti errori compiuti dagli inquirenti nel corso delle indagini concludendo il proprio elaborato avanzando l’ipotesi di una morte per strangolamento. Da subito gli stessi genitori del ragazzo non avevano creduto all’ipotesi del suicidio. Accanto al corpo era stata trovata una lettera di addio indirizzata proprio ai genitori scritta al computer con le uniche parole sull’intestazione della busta: “Per mamma e Sergio”.

Dopo un primo rigetto i familiari avevano presentato una nuova opposizione. I genitori di Ivan sollecitavano la riesumazione della salma per eseguire l’autopsia ed esami tossicologici; l’esame delle tracce biologiche rinvenute sul corpo del 34enne; l’estrapolazione di tutti i dati contenuti nelle memorie e volutamente cancellati tra il 20 e il 23 giugno di tre anni fa dall’indagato; oltre all’effettivo orario dell’invio del messaggio incriminato su cui il giudice si è pronunciato per la seconda volta: l’orario di invio e ricezione sarebbe compatibile con quei drammatici e finali momenti di vita del dj quando il suo amico era a diversi chilometri di distanza impossibilitato a poter fornire soccorso e sostegno.