di Manuela Marzo

Intervista a Rocco D’Ambrosio, sacerdote della Diocesi di Bari, ordinario di Filosofia Politica presso la Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana, docente di Etica della Pubblica Amministrazione presso il Dipartimento per le politiche del personale dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno, autore di diversi saggi. Si occupa di formazione all’impegno sociale, politico e nel mondo del lavoro, collaborando con diverse istituzioni, a livello locale e nazionale. Giornalista pubblicista, dirige il periodico di cultura e politica “Cercasi un fine” e il suo relativo sito web (www.cercasiunfine.it ).

Un dialogo avvincente in occasione dell’incontro pubblico con i 18 sindaci della Diocesi di Nardò-Gallipoli, tenutosi presso la Parrocchia San Gabriele dell’Addolorata di Gallipoli, alla presenza del vescovo Fernando Filograna. Il tema, “La buona politica è al servizio della pace”, tratto dal messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale della Pace 2019.

La politica al servizio della pace. Professore, quale politica?

Papa Francesco risponde su ciò che significa dire politica oggi, con capacità di una grande sintesi. Infatti dice la ‘buona politica’, quindi affronta gli aspetti positivi della politica e non si risparmia, nel numero quattro del documento del Messaggio per la 52.ma Giornata Mondiale della Pace, nel parlare dei vizi della politica, che noi conosciamo, quali la corruzione, l’abuso di potere, noi diremmo il peculato, cioè gli interessi economici che vengono al primo posto, la guerra, il traffico delle armi ed altri ancora.

Invece ‘la buona politica’?

Ecco qui vorrei fare una sottolineatura. Molte volte, in ambiente cattolico, quando parliamo di buona politica, basta fare riferimento al bene comune e si è tutti contenti. Il bene comune è il principio cardine della politica e quindi la buona politica, di conseguenza, è quella che lo promuove. Nel magistero di questo Papa, ma anche degli altri, il particolare è questo: non viene mai richiamato il bene comune in maniera così retorica e generale, ma, come si dice, viene declinato. Ci sono dei passaggi nel documento molto interessanti.

Quali?

Il bene comune è partecipazione dei cittadini, è una rinnovata fiducia nei governanti, è l’impegno dei governanti a servire concretamente il loro popolo, con i riferimenti noti del Papa agli ultimi, a quelli che chiama ‘gli scarti’, i migranti eccetera. Il bene comune è costruzione quotidiana, con un richiamo un po’ a don Tonino Bello, quando parlava della costruzione feriale della pace. Il documento è estremamente concreto, sia nel bene che nel male della politica.

Nel messaggio, Papa Francesco parla di responsabilità di ogni cittadino e di impegno politico. Mi chiedo: è possibile oggi la ‘costruzione’ della pace?

Allora è possibile oggi costruire la pace? Il Papa ha promosso una cosa unica nella storia della Chiesa. Il 7 luglio, a Bari, ha incontrato insieme al patriarca Bartolomeo, i capi delle Chiese d’Oriente, sia cattoliche ortodosse che protestanti, per riflettere sulla pace nel Medio Oriente. Sono stati evidenziate le cause e i danni della guerra, per esempio uno su cui il Papa insiste, come don Tonino, tra l’altro, e cioè il commercio delle armi. Alcuni Stati non possono essere i più grandi ipocriti!

In che senso, professore?

Nel senso di dire di volere la pace e poi essere, di fatto, produttori di armi. Non dimentichiamo che l’Italia, in particolare Bari, negli anni ’90, era il primo produttore di mine antiuomo. Quindi che pace annunciamo, se poi vendiamo le mine che distruggono la vita o gli arti delle persone. Allora che pace è possibile? È possibile la pace feriale e degli impegni concreti.

Può chiarire questa affermazione?

Ti spiego. Stasera incontriamo i sindaci. Non è che il sindaco, ovviamente, partecipa alla trattativa della Siria, non è il sindaco di Damasco o di Aleppo, è il sindaco di una città di questi luoghi. Allora il sindaco deve mettere in atto, e continuare a farlo, quei meccanismi trasparenti, non ambigui, perché l’ambiguità è terribile, che fanno crescere i cittadini nell’accoglienza e nella pacificazione. Perché, oggi siamo qui a Gallipoli, ma quanti conflitti esistono in una qualsiasi città? Non solo conflitti della criminalità organizzata, ma anche conflitti dei condomini, delle famiglie. Un sindaco può lavorare su questi conflitti e costruire la pace, perché costruisce una nuova cultura

È possibile in questo percorso creare un equilibrio tra gli interessi nazionali e le strategie internazionali?

In generale, in linea teorica è possibile. Purtroppo noi, in Italia, abbiamo un grande handicap, che è la piaga di questo Paese. E lo dirò anche ai sindaci di questa sera. Io sono convinto che la migliore classe politica in Italia è nelle autonomie locali, è nei Comuni e nelle Regioni. La classe politica nazionale è di qualità più scadente. Non voglio dire che non ci siano sindaci, consiglieri o assessori regionali scadenti, ma, quantitativamente, la classe politica locale è migliore di quella nazionale.

Però cosa succede?

Però succede che la classe politica nazionale, di tutti i partiti, anche degli attuali che stanno al governo, si chiude a riccio, impedendo alla classe politica locale di arrivare a livello nazionale, come avveniva nel passato essendoci una struttura di partito. Questo primo grande ostacolo incide anche sulla pace, perché non vi è la promozione dei più capaci e meritevoli. Il secondo ostacolo è che gli esperimenti positivi non diventano esperimenti nazionali. Basti pensare alla questione di Riace, che è un esperimento eccezionale. Può avere il sindaco sbagliato in qualche cosa certamente, in qualche svista amministrativa ma non penale. Al di là di questo Riace, tra l’altro si è aperta la campagna ‘Riace premio Nobel per la Pace’, è un esperimento di accoglienza che difficilmente diventa nazionale. Direi in una battuta “c’è più pace nelle autonomie locali, nei Comuni e nelle Regioni, di quanta ce n’è in Parlamento e nel Consiglio dei Ministri.

Oggi, in riferimento al discorso sull’immigrazione, si sta costruendo un percorso di pace?

Noi andiamo a votare per le europee, quindi dobbiamo imparare in questi mesi a pensare seriamente in termini europei. Ci sono delle linee contraddittorie. Ci sono certamente dei limiti. Però, se guardiamo a quello che è stato il periodo del dopoguerra, il desiderio della pace oggi nei popoli forse sarà quantitativamente minore (perché purtroppo c’è molta gente che non si interessa di questi problemi, tranne quando arriva l’attentato terroristico), ma è qualitativamente migliore.

Perché?

Perché la generazione del dopoguerra ha vissuto la guerra e quindi il desiderio di pace era radicato, per aver visto gli errori e gli orrori della guerra. I nostri nonni o genitori hanno sofferto la fame, i bombardamenti, chi ha perso militari nelle campagne di Russia, eccetera. Nella generazione attuale, che siamo noi, che non abbiamo visto la guerra, non l’abbiamo provata sulla nostra pelle, il desiderio di pace è quantitativamente minore, ma qualitativamente migliore. E questa è una speranza, perché il discorso di pace non è solo un fatto culturale, ma di motivazioni. Oggi l’ondata anti-migratoria è tipica di una cultura che non comprende che questi poveretti scappano o per fame di pane o per fame di libertà, certamente non vanno in giro per turismo. Oppure, per fame di pace, nel senso che vengono da conflitti spaventosi. La cultura che difende e cerca di essere accogliente riguardo ai flussi migratori è una cultura molto più motivata, anche a livello giovanile. E questa è una speranza.

È una speranza?

Certamente, perché parti della società, qualificate e motivate, possono generare una rivoluzione, in un contesto in cui la filosofia della guerra, come diceva Bobbio, è molto più potente, dal punto di vista del denaro, ovviamente. Nonostante questo, la cultura di pace, pian piano, si sta diffondendo e radicando!