Oggi 2 giugno ricorre la 53a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, preparata e anticipata  dal messaggio di Papa Francesco del 24 gennaio “«“Siamo membra gli uni degli altri” (Ef 4,25).
Dalle social network communities alla comunità umana»
. È un tema che coinvolge tutti, credenti e non, le famiglie, gli operatori dell’informazione, tutte le agenzie educative.

Fu istituita da Paolo VI, su proposta del Concilio Vaticano II e celebrata per la prima volta il 7 maggio del 1967. Anticipando i tempi con responsabile senso critico, Paolo VI afferma: “Grazie a queste meravigliose tecniche, la convivenza umana ha assunto dimensioni nuove: il tempo e lo spazio sono stati superati, e l’uomo è diventato come cittadino del mondo, compartecipe e testimone degli avvenimenti più remoti e delle vicende dell’intera umanità”.

Ne riconosce l’importanza e il significato storico: “deve essere quindi altamente apprezzato, nel suo giusto valore, il contributo che la stampa, il cinema, la radio, la televisione e gli altri strumenti di comunicazione sociale danno all’incremento della cultura, alla divulgazione delle espressioni dell’arte, alla distensione degli animi, alla mutua conoscenza e comprensione fra i popoli, e anche alla diffusione del messaggio evangelico”, ma ne sottolinea consapevolmente i rischi e le criticità. Un campanello d’allarme precursore dei nostri tempi: “chi può ignorare i pericoli e i danni che questi pur nobili strumenti possono procurare ai singoli individui e alla società, quando non siano adoperati dall’uomo con senso di responsabilità, con retta intenzione, e in conformità con l’ordine morale oggettivo? Quanto più grandi, quindi, sono la potenza e l’ambivalente efficacia di questi mezzi, tanto più attento e responsabile deve esserne l’uso”.

Cinquantadue anni dopo, Papa Francesco: “Se internet rappresenta una possibilità straordinaria di accesso al sapere, è anche vero che si è rivelato come uno dei luoghi più esposti alla disinformazione e alla distorsione consapevole e mirata dei fatti e delle relazioni interpersonali, che spesso assumono la forma del discredito”.

Cosa fare? Occorrerebbe, appunto come più volte teorizzato, un uso responsabile dei nuovi canali comunicativi, attraverso un’attenta e seria educazione ai media. Non un uso politico, manipolatorio, finalizzato a interessi personali, ma possibilità di un incontro ‘reale nel virtuale’ con l’altro. Connessione non è sinonimo di comunicazione e reciprocità: “è chiaro che non basta moltiplicare le connessioni perché aumenti anche la comprensione reciproca. Come ritrovare, dunque, la vera identità comunitaria nella consapevolezza della responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri anche nella rete online?”

Quale possibile risposta? Partendo dalla metafora di San Polo “Siamo membra gli uni degli altri”(Ef 4,25), occorre riflettere sulla nostra identità, fondata “sull’unione e sull’alterità”. Questo ci aiuta da cristiani a guardare l’altro non come un rivale e un concorrente, ma a considerare l’altro una persona da conoscere e accogliere: “La rete è un’occasione per promuovere l’incontro con gli altri, ma può anche potenziare il nostro autoisolamento, come una ragnatela capace di intrappolare”.

Dal “like” all’ “amen”: “L’immagine del corpo e delle membra ci ricorda che l’uso del social web è complementare all’incontro in carne e ossa, che vive attraverso il corpo, il cuore, gli occhi, lo sguardo, il respiro dell’altro. Se la rete è usata come prolungamento o come attesa di tale incontro, allora non tradisce se stessa e rimane una risorsa per la comunione […]. Così possiamo passare dalla diagnosi alla terapia: aprendo la strada al dialogo, all’incontro, al sorriso, alla carezza… Questa è la rete che vogliamo. Una rete non fatta per intrappolare, ma per liberare, per custodire una comunione di persone libere. La Chiesa stessa è una rete tessuta dalla comunione eucaristica, dove l’unione non si fonda sui “like”, ma sulla verità, sull’“amen, con cui ognuno aderisce al Corpo di Cristo, accogliendo gli altri”.

E così come ha sottolineato   Paolo Ruffini, primo prefetto laico del Dicastero per la Comunicazione, “Credo che il Santo Padre ci inviti a riflettere sull’esigenza di restituire alla rete il suo significato più bello: quello di essere uno spazio di dialogo, di conoscenza, di relazione, di condivisione. È una chiamata alla responsabilità di tutti, è una sfida alla nostra capacità di essere membra gli uni degli altri nella dimensione corporea quanto in quella digitale. Quel mondo e il mondo, non sono infatti cose diverse”.

Manuela Marzo