LECCE – Sono partite le due giornate in cui uno dei più importanti cantautori della canzone italiana contemporanea, Tony Bungaro, incontra cantanti, cantautori e autori salentini. È un momento importante di trasmissione di un prezioso sapere: chi, come il cantante di origini salentine, ha calcato le scene dei più importanti palcoscenici italiani può insegnare tantissimo. Bungaro collabora con pezzi da novanta del panorama musicale italiano: di recente con Eros Ramazzotti, Malika Ayane, Ornella Vanoni, Fiorella Mannoia e tantissimi altri (sarebbe un elenco lunghissimo). Da circa quindici anni Bungaro organizza e dirige in tutta Italia masterclass rivolte a giovani artisti sulla scrittura, l’interpretazione e la produzione artistica.

Il cantautore si concede questo periodo di insegnamento prima di mettersi al lavoro per la promozione di un nuovo interessantissimo album, ricco di collaborazioni, che uscirà a marzo del 2020. È un incontro esclusivo a numero chiuso nella scuola Damus di Lecce, rivolto a tutti coloro che vogliono intraprendere o approfondire un percorso professionale in campo musicale. Cliccate sul video per vedere la lunga e interessante intervista che il cantautore ci ha concesso. 

L’INTERVISTA A TONY BUNGARO

Bungaro, sempre in giro per l’Italia, ma ogni tanto torna con piacere nella sua terra, il Salento…

«Ci sono alcuni periodi in cui giro l’Italia per le masterclass, che faccio con grande dedizione e passione. Finalmente sono nella mia terra, anche se mi chiamano a fare queste lezioni molto di più al nord. Si lavorerà sui talenti, sulla loro espressività e sul miglioramento degli aspiranti artisti che oggi sono al Damus». 

Non è facile fare il cantautore, bisogna avere una forte vena creativa, vero? 

«Ogni giorno devi capire quello che succede, senza copiare. Bisogna essere autentici quando si crea. Bisogna lavorare con grande ispirazione. La gente vuole qualità, semplicità e originalità: per questo non scrivo nulla a tavolino».

Lei sconsiglia di “scrivere a tavolino”, cioè attraverso il calcolo, non di getto, quando si sente qualcosa?

«Ci sono tanti modi di scrivere: io non riesco a scrivere a tavolino. Io guardo quello che accade intorno a me. Mi ispiro anche alle vite degli altri e scrivo di getto quello che sento. Sono reduce da un bellissimo Sanremo di due anni fa con la Vanoni, dove “Imparare ad amarsi” è uno spaccato sulla quotidianità di tanti amori che finiscono: bisogna imparare ad avere il coraggio di essere felici, imparare a lasciarsi quando una storia è finita. Tutte cose che sappiamo, ma non abbiamo il coraggio di mettere in pratica. Io sento quello che succede a me, ma anche quello che succede fuori e quando le due cose combaciano viene fuori una canzone capace di emozionare universalmente».

È proprio questa la parte più difficile: far nascere canzoni capaci di far sentire a tutti le emozioni  e i problemi di cui si parla nel testo. Riconoscersi, immedesimarsi, sentire quella canzone propria, anche se non è stata scritta per te…

«Le canzoni non sono tue, lo dico sempre. Quando scrivi una canzone, che è un piccolo gioiello, nel momento in cui la canti non è più tua. Ognuno porta la tua canzone dove vuole e le canzoni importanti restano nel tempo».

Paolo Conte scriveva canzoni pensando che le cantasse la voce di Celentano: Bungaro a chi pensa quando scrive, visto che scrive per tanti cantanti anche di fama internazionale? 

«Penso a tante voci, penso a Fiorella, a Malika, a Ornella Vanoni, a Emma,  a Raf e a tanti altri. Ho avuto la fortuna per scrivere per tantissimi grandi della musica italiana e internazionale. C’è un pezzo che ho scritto per Eros Ramazzotti che ora sta girando il mondo, cantato anche in spagnolo, ma la stessa canzone poteva essere adatta per Mengoni e per tanti altri. È chiaro che quando scrivo per le donne mi faccio prima una chiacchierata con loro per capire qual è il loro pensiero e il loro stato d’animo. Cerco di capirle, di capire l’urgenza dell’artista e di comunicare uno stato d’animo e un’idea. Sono felice di lavorare per tutte queste grandi artiste, che hanno anche una interessantissima e straordinaria personalità. Loro non sono voci di passaggio: sono voci che restano e che il pubblico ama».

Il cantautorato in Italia, quello della musica leggera, è in via di estinzione: Lei è uno degli ultimi?

«No, se pensiamo a Brunori, Niccolò Fabi, Max Gazzè, Daniele Silvestri, Samuele Bersani e tanti altri, sono tutti artisti che riempiono i teatri. Il cantautorato italiano ha ancora un futuro radioso in Italia».

In questo momento Lei sta vivendo un periodo molto importante, vero?

«Sono rientrato in pista da qualche anno, per mia scelta, perché ho fatto prima il padre, poi l’autore e ora mi muovo tra concerti e tanto altro. Siamo riusciti a fare più di 70 concerti in Italia e all’estero: due concerti a Londra. Sto funzionando io dentro di me. Sono molto sereno, sto preparando un nuovo disco e collaboro con tanti musicisti: stiamo lavorando su un sound che mi piace molto».

Quando arriverà il nuovo album?

«A fine marzo. È già tutto prodotto: poi entrerò in studio e registrerò come si faceva un tempo, tutto dal vivo».

Un album in presa diretta?

«Come si faceva una volta. il pubblico deve sentire la verità, lo stato d’animo, quello che si sente in quel momento. Abbiamo dei bravissimi musicisti e degli ospiti della mia terra. Spesso contamino i miei concerti: l’ho fatto invitando anche il mio amico salentino, Raffaele Casarano. In questo disco ci sono ospiti importanti: ospiti internazionali e italiani, ma non mi faccia dare anticipazioni perché non posso».

Cosa consiglierà ai ragazzi che sono accorsi qui al Damus, nell’Accademia della musica e dello spettacolo, per incontrala?

«Nella musica non c’è un’unica regola da seguire che vale per tutti, ma si può dare un consiglio importante: bisogna essere semplici, originali e imprevedibili, perché oggi la musica ha bisogno di queste caratteristiche. Quando sei originale, sei riconoscibile; quando sei semplice, sei diretto e universale; quando sei imprevedibile, vuol dire che hai una scrittura e un linguaggio diverso dagli altri e il pubblico se ne accorge. Farai più fatica, ma resterai nel tempo, mentre gli altri saranno solo di passaggio, delle meteore. In radio sentiamo di tutto e di più: molti passano dopo un breve periodo di gloria e questo è un problema anche per il loro equilibrio mentale. È rischioso. È come una moda che finisce, ma è un modo di lavorare: non faccio una critica. Secondo me, bisogna costruire un artista che dura nel tempo, non bruciare un giovane talento».