HomeArte e dintorniAlla scoperta del Salento: la Cattedrale di Ugento

Alla scoperta del Salento: la Cattedrale di Ugento

di Giorgia Durante

UGENTO (Lecce) – Ubicata in piazza San Vincenzo a Ugento, la solenne Chiesa Maria SS. Assunta in Cielo costituisce, allo stesso tempo, la Cattedrale della città (chiamata così proprio per la presenza al suo interno della “cattedra”, il seggio esclusivo del vescovo dal quale presiede le celebrazioni) e la chiesa madre della diocesi Ugento-Santa Maria di Leuca.

Edificata nel 1718, venne costruita grazie al lascito ereditario del vescovo Antonio Carafa, sui resti di un preesistente edificio sacro, in stile gotico, distrutto dai turchi nel 1537.

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Al suo cantiere si alternarono maestranze galatinesi e, successivamente, martanesi: i lavori, infatti, furono affidati inizialmente ai fratelli Domenico Antonio e Pasquale de Giovanni (il quale morì proprio durante la costruzione di questo luogo di culto, cadendo dalla sommità del cantiere) per poi essere completati da Pasquale Margoleo.

Il nuovo tempio, aperto al pubblico nel 1735, fu consacrato nel 1743 e fu intitolato alla Madonna Assunta e a San Vincenzo, patrono di Ugento.

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La chiesa continuò, comunque, ad essere oggetto di numerosi restauri che si protrassero nel corso dei secoli e che furono promossi soprattutto dai vari vescovi che si avvicendarono nel tempo: modifiche significative furono apportate, ad esempio, sotto l’episcopato del leccese Giovanni Donato Durante (1768 – 1781), in memoria del quale fu eretto un monumento sepolcrale addossato alla parete sinistra della cattedrale, il cui epitaffio esalta la parsimonia che questo vescovo ebbe verso se stesso, in contrasto con la prodigalità che impiegò, invece, per la decorazione della chiesa.

Nel 1843, poi,  per volere di monsignor Francesco Bruni, venne innalzata la torre campanaria e nel 1855 venne riedificata la facciata.

Il vescovo Luigi Pugliese, nel 1902, fece sostituire l’antico pavimento con quello attuale in marmo, apponendovi una lapide col suo stemma, mentre nel 1976 il barese monsignor Michele Mincuzzi riorganizzò l’area presbiteriale per la celebrazione eucaristica, sulla scia della riforma liturgica avviata dal Concilio Vaticano II.

Agli anni ’90 del secolo scorso risalgono i restauri delle tele e dell’altare maggiore; più recenti, invece, sono quelli degli altari laterali, del coro ligneo e dell’organo.

Esternamente, la chiesa è caratterizzata da un grande pronao (cioè da un porticato) in stile neoclassico, che venne aggiunto alla facciata preesistente con lo scopo di abbellirla. Quest’ultimo è costituito da quattro bianche colonne con capitelli ionici che sorreggono una trabeazione e un timpano, il quale racchiude al suo interno lo stemma vescovile di Francesco Bruni, colui che ne commissionò la costruzione, proprio come ricorda l’iscrizione presente sull’architrave.

Sulla sommità vi è poi un secondo timpano, quello della facciata preesistente. Al centro delle colonne, invece, si colloca il portale di ingresso.

L’interno, a croce latina, è costituito da una spaziosa navata unica in stile rinascimentale con ampio transetto, corredata di preziosi altari barocchi e rococò.

Il presbiterio è delimitato nella parte antistante da una balaustra in marmi policromi del 1740 e accoglie, nell’abside, un altare marmoreo con, alle spalle, un coro in legno d’ulivo composto da quindici stalli. Il tutto è sormontato da una grande tela raffigurante l’Assunzione di Maria al Cielo circondata dai santi Medici e dai santi Vincenzo, Rocco, Antonio e Lucia, dipinta nel 1944 dall’artista Corrado Mezzana.

Di notevole rilevanza sono anche gli altari laterali che costeggiano la navata: nel braccio sinistro del transetto, ad esempio, si trova il prezioso altare delle Anime Purganti, realizzato nel 1742 in pietra leccese policroma.  Al centro di quest’ultimo, in mezzo a due colonne tortili, è collocata una tela della Madonna del Carmine con ai lati le statue di San Giovanni Battista e di San Giuseppe. Sulla sommità si trova, invece, una tela raffigurante la Resurrezione di Lazzaro, tra le sculture di Sant’Irene e Santa Marina.

Accanto a questo altare si trova quello dedicato a San Vincenzo martire, impreziosito da una statua in cartapesta e realizzato nel 1832 per volere del monsignore Angelico de Maestria. Proprio di fronte, il vescovo fece erigere il suo mausoleo in stile neoclassico, dove venne poi sepolto nel 1836.

Proseguendo sulla sinistra si trovano altri tre altari: il primo è quello in stile rococò della Madonna del Carmine, la quale è rappresentata nell’omonima tela del 1755 tra un carosello di angeli e tra i santi Giacomo, Giuseppe e Oronzo.

Il secondo, del 1700,  è dedicato ai SS. Caterina d’Alessandria e Andrea Apostolo e presenta un dipinto del celebre pittore napoletano Paolo Finoglio.

Il terzo e ultimo altare è quello dedicato a San Vito, eretto nel 1812 dai cittadini di Ugento come ringraziamento per lo scampato pericolo della peste. Al centro si trova una tela che ritrae il santo mentre tiene al guinzaglio una coppia di cani che avevano sbranato un bambino: secondo la leggenda, San Vito ordinò loro di restituire i resti del corpo, a cui ridiede vita subito dopo.

Nel braccio destro del transetto, invece, è collocato l’altare del Sacramento del 1745, pressoché gemello di quello delle anime Purganti posto proprio di fronte. Al centro dell’altare, in mezzo alle statue dei santi Giuseppe e Filippo Neri, si trova la tela dell’Ultima Cena, attribuita al pittore leccese Oronzo Tiso. Nella teca in basso a sinistra, invece, è allestita una statua lignea di San Vincenzo, commissionata dal vescovo Corrado Panzini come voto per aver recuperato la salute.

Accanto a questo altare è ubicata la cappella del SS. Sacramento, parzialmente ricavata dall’antica sagrestia e realizzata nel 1898 (anche se largamente rimaneggiata nel 1940),  all’interno della quale sono tumulati i vescovi Brancia e Pugliese. Protagonista di questa cappella è il quadro del Cristo Re, da tutti ammirato per l’espressione allo stesso tempo amabile e regale di Gesù, realizzato dal pittore Tito Ridolfi nel 1941.

Procedendo lungo la navata destra si incontrano, poi, altri due altari: quello dell’Addolorata, in pietra leccese, risalente al 1747 e contraddistinto da cariatidi (cioè da figure femminili al posto delle colonne) e l’altare marmoreo dedicato alla Vergine del Rosario, con annessa tela tardo-cinquecentesca, probabilmente proveniente dall’antica cattedrale, e circondata da quindici piccoli dipinti raffiguranti i Misteri del Rosario.

La parete destra termina con il pregevole fonte battesimale del 1740, anch’esso in marmo policromo, sormontato dalle statuine novecentesche del Battesimo di Cristo, alle cui spalle si staglia il monumento funebre di monsignor Agostino Barbosa, vescovo di Ugento nel 1649.

Sulla controfacciata, poi, domina una grande lapide con un’iscrizione latina, fatta apporre da mons. Durante nel 1770, che ricorda l’opera dei suoi predecessori per la ricostruzione e la consacrazione della cattedrale, con in alto il grandioso stemma del vescovo Carafa.

Accanto all’ingresso si trova, invece, il monumento sepolcrale ottocentesco di Serafina Capasso, sfortunata moglie del marchese di Ugento Don Domenico D’Amore, deceduta a soli 25 anni.

Da segnalare sono anche l’antico organo settecentesco, ancora funzionante, donato dal vescovo Ciccarelli e l’elegante pulpito ligneo, dono, invece, di monsignor Monticelli.

Questa chiesa, con i suoi colori vivaci e i suoi tesori preziosi, rappresenta, dunque, una vera e propria opera d’arte che non smette di incantare e di stupire, in tutto il suo splendore, i suoi visitatori.

 

 

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