F.Oli.

CURSI (Lecce) – È stata ammessa la richiesta di abbreviato per Roberto Pappadà, il 58enne di Cursi, accusato di aver ammazzato il 28 settembre scorso Andrea Marti, il padre Francesco Marti e la zia Maria Assunta Marti, dopo i continui litigi per parcheggiare le rispettive auto. Il processo è stato fissato al prossimo 19 giugno quando, dopo le discussioni delle parti, dovrebbe essere emessa la sentenza. Nell’udienza di oggi, celebratasi davanti al gup Simona Panzera, i familiari delle vittime si sono costituiti parte civile chiedendo un milione di euro ciascuno come risarcimento per i danni patrimoniali e non: Fernanda Quarta, madre di Andrea Marti; la sorella Carla Marti e la convivente Simona Marrocco della vittima, tutte assistite dall’avvocato Arcangelo Corvaglia. Parte civile anche Fabrizio Leo, marito di Maria Assunta Marti, con l’avvocato Marino Giausa. Il danno non è stato quantificato. verrà stabilito successivamente.

L’imputato, assistito dall’avvocato Nicola Leo, non era presente. Sempre detenuto nel carcere di Taranto sul suo capo pendono accuse gravissime: triplice omicidio volontario aggravato dai futili motivi e dalla premeditazione; tentato omicidio aggravato dalla premeditazione, detenzione e porto di arma da fuoco e ricettazione. La sentenza all’ergastolo appare già scritta. Nonostante la scelta del rito abbreviato Pappadà potrebbe evitare l’isolamento diurno. Anche perché l’imputato non ha mai voluto sottoporsi ad una perizia psichiatrica consapevole della gravità del suo gesto che gli costerà il carcere a vita a 58 anni. Per Pappadà quella strage andava fatta. E, a distanza di otto mesi, non ha alcun rimorso. Da sempre. Tanto che il gip Carlo Cazzella in un passaggio dell’ordinanza con cui applicò la custodia cautelare in carcere scriveva: “È convinto di aver fatto la cosa giusta e rammaricato di non avere eliminato Fernanda Quarta, tutti stati d’animo sintomatici di un’indole violenta priva di scrupoli e di qualsiasi rispetto della vita umana”.

Pappadà si diceva esasperato dai vicini. Esasperato perché avevano occupato il posto macchina davanti alla sua abitazione sprezzanti, a suo dire, della necessità di avere a disposizione il parcheggio per accudire la sorella disabile. Inoltre si erano resi protagonisti di vari dispetti riponendo davanti alla sua abitazione dei rifiuti. Circa due anni prima, poi, si era verificato l’episodio che gli aveva fatto meditare la strage quando Andrea Marti gli aveva messo le mani al collo con una certa energia in occasione di una discussione di un parcheggio.

Così quella sera attese il rientro di Andrea Marti in auto in compagnia della sua ragazza. Sparò un primo colpo ferendo il giovane impugnando una Smith Wesson. Subito dopo esplose un secondo alla testa facendo cadere per terra il giovane esanime. Nel contempo intimò alla fidanzata di Andrea di andare via risparmiando la donna perché nei suoi confronti non serbava motivi di risentimento. La donna si barricò in casa. Telefonò ai genitori del suo ragazzo che in breve rientrarono insieme agli zii della madre. Pappadà era sempre all’esterno. Appena i coniugi scesero dall’auto aprì il fuoco tre volte uccidendo Francesco Marti e Maria Assunta Marti. Ferì in maniera non grave anche Fernanda Quarta, madre del giovane Andrea. L’assassino venne bloccato dopo pochi minuti con un’indagine tanto rapida quanto incisiva condotta dai carabinieri di Maglie.

I militari sequestrarono l’arma non catalogata sprovvista di numeri e contrassegni e pertanto da considerarsi clandestina; la pistola a tamburo conteneva cinque cartucce inesplose mentre per strada vennero ritrovati cinque bossoli calibro 357 a conferma del fatto che Pappadà aveva sparato altrettanti colpi. Le indagini, coordinate dal pubblico ministero Donatina Buffelli, non hanno mai consentito di accertare chi abbia fornito l’assassino dell’arma. Lo stesso imputato non ha mai voluto collaborare su questo fronte. Ha solo ammesso di essersi procurato la pistola per ammazzare i vicini. Così come effettivamente accaduto.