MARTANO (Lecce) – Chili e chili di formaggio retinato venduto come Grana Padano. Con tanto di offerta per i consumatori. E scorte trovate in una vicina autofficina mentre venivano effettuati i collaudi delle auto. Con i motori accesi. Non c’è solo una frode (al momento solo presunta) ai danni dei consumatore a conclusione di un’ispezione effettuata dai carabinieri del Nas di Lecce venerdì mattina in un supermercato di Martano legato ad una società attiva nella grande distribuzione organizzata.

C’è molto altro. Ed è legato alla salute dei consumatori messa a repentaglio dalla cattiva conservazione dei prodotti. I pezzi di formaggio in vendita e le scorte (per complessivi 600 chili) sono finiti sotto sequestro così come disposto dal sostituto procuratore Giovanni Gallone. Nomi e accuse di questo blitz sono contenuti nel decreto fatto notificare ai due indagati: S.G., 60 anni, di Minervino, amministratore della società del supermercato con sede a Pooggiardo e F.F., di 56 anni, di Lizzanello, titolare dell’esercizio commerciale. Rispondono di contraffazione di denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari oltre alla violazione di una specifica disposizione del Testo Unico sulle leggi sanitarie. Ovviamente il decreto di sequestro non si deve intendere come una sentenza di colpevolezza ma come un mezzo aper cercare le prove dell’eventuale reato. Gli indagati, difesi dagli avvocati Rita Ciccarese Rosario Antonio Calcagnile, potranno dimostrare la propria correttezza nel corso delle indagini e avanzare ricorso al Riesame per chiedere il dissequestro delle pezze.

Il blitz risale alla mattina di venerdì quando nel supermercato si sono presentati i carabinieri del Nucleo antisofisticazione. Un controllo accurato, effettuato alla presenza del titolare, dagli esiti sconcertanti. Ben 298 chili di formaggio retinato, tagliato a spicchi e proconfezionato con indicazione Grana Padano, veniva offerto al prezzo di 9,90 euro alterando la denominazione prodotta del prodotto. Formaggio conservato in pessino stato. La spalla delle forme era scolorita e consumata nella crosta in modo tale da rendere meno evidente la retinatura impressa dal produttore. E che non si trattasse di pezze doc lo attestava la mancanza nel libro unico degli ingredienti esposto al pubblico nel banco salumeria sull’effettiva origine, qualità ed esistenza di un formaggio retinato.

Complessivamente sono state trovate 9 cassette con punte preimballate di formaggio retinato etichettate con la dicitura “offerta” per complessivi 100 chili. Pochi dubbi per i carabinieri del Nas. Il prodotto esposto con la dicitura Grana Padano di Denominazione Origine prodotta non può essere assegnato a formaggio retinato proveniente da declassamento del primo così come prevede il consorzio tutela. Su disposizione dell’ente certificato e ritenuto violato il dispositivo dell’articolo 515 (frode nell’esercizio del commercio) i carabinieri hanno proceduto al sequestro del prodotto che, di lì a breve, secondo i militari intervenuti, sarebbe stato venduto anch’esso come Grana Padano. Un sequestro dettato dalla necessità di tutelare i consumatori.

Tutto finito? Per nulla. Perché le scoperte più sconcertanti sarebbero arrivate poco dopo. Ad insospettire i carabinieri nel corso della perquisizione si sono rivelati i movimenti da parte del personale del supermercato nelle vicinanze di un’officina adiacente al supermercato. All’interno la scoperta: 2 paillettes conteneenti 105 forme di formaggio retinato da 37 chili ciascuna ed una forma di parmigiano mezzano da 37 chili semicoperte da due tovaglie per nasconderne la la vista del pubblico. L’aspetto più mortificante sarebbe stato altro. Le scorte erano state depositate mentre nell’officina era in corso l’attività di collaudo di autovetture con motore acceso. Un luogo per nulla idoneo a conservare prodotti non confezionati perché la crosta dei formaggi può permettere la permeazione di sostanze nocive e pericolose per la salute umana. In più il prodotto era semicoperto da due tovaglie sporche utilizzate dal gommista. Tutti i prodotti sono stati sequestrati e riposti in una cella frigorifera sempre e solo con un unico fine: tutelare la salute dei consumatori che, a vedere bene gli esiti di questa ispezione, sarebbe stata seriamante messa a dura prova da offerte posticce e da pezze conservate in un’autofficina mentre venivano effettuati dei collaudi.