SANNICOLA (LECCE) – <<Chi é il comico? Il comico è qualcuno che relativizza, che ride delle cose, che sospende il giudizio>>. Quella di Gene Gnocchi è stata una sorprendente e appassionante “lectio magistralis” sulla scena comica: la due giorni dello scorso fine settimana, firmata “Medeur” (agenzia di formazione che realizza corsi regionali per “Garanzia Giovani”, con sede ad Alezio e Sannicola), ha stregato i ragazzi di “Colpo di scena”: un corso di 600 ore iniziato a Dicembre, volto ad ottenere la qualifica di attore e che ha visto la partecipazione di altri personaggi famosi, come ad esempio il cantautore Jean Michel Byron (in passato ha fatto anche parte dei Toto: ricorderete il brano “All The Line”, ndr).
“Colpo di scena” è formato da un gruppo di ragazzi che vogliono emergere nel mondo dello spettacolo, dal teatro al cinema e alla tv e ci sono già diverse giovani promesse, come Dino Asfaldo (che da solo ha realizzato un cortometraggio sul bullismo, dal crudo realismo: “Chiamatemi per nome”) e Manuel Olivieri, che nel mese scorso abbiamo visto nelle sale cinematografiche in ben due occasioni: in “Tolo Tolo”, di Checco Zalone e in: “Odio l’estate”, di Aldo, Giovanni e Giacomo.

Gene Gnocchi ha chiesto anzitutto ai ragazzi qual è il motivo per cui hanno abbracciato questo corso, qual è stata la loro spinta psicologica, culturale ed emotiva e, dopo aver ascoltato le risposte di tutti i corsisti, ha posto l’accento sull’importanza della base teatrale: <<Il teatro è la dimensione più giusta per imparare, perché sei tu, col tuo pubblico di fronte a te. Avere la base teatrale significa avere la base per stare sul palco in un certo modo e quando sei in teatro è tutto molto più impegnativo, perché il contatto con le persone è diretto e tu sei sempre in grado di sentire la loro risposta, se stai piacendo o meno, davanti a 20 come a 10.000 persone.
Io nasco come comico, però per me fare il comico non è “fare il comico”: è esserlo. Tutto quello che scrivo e che rappresento a teatro è esclusivamente un fatto personale, quindi è una necessità. Il mio non è il problema di apparire ma quello di rappresentare ciò che ho scritto. Per me è fondamentale questo: io scrivo per il teatro ciò che vorrei vedere rappresentato; è come lo scrittore che scrive ciò che vorrebbe leggere. Questo per me è importante dal punto di vista umano ancor prima che professionale: trovare qualcosa che soddisfi la mia natura, ma che non è solo la mia natura, ma tutto il mio vissuto, tutto quello che ho letto, tutto tutta la mia cultura ed è importante che questo si appalesi attraverso la scrittura comica. Per me non c’è nessun tema, dal punto di vista comico, che non possa essere trattato, dalla morte alla religione. Chiaramente ci saranno dei limiti giuridici, ma anche dei limiti che hanno a che fare col buon gusto>>.

Poi affronta il tema della popolarità e invita i ragazzi a riflettere sull’ineliminabile fattore della formazione incessante, se si vuole evitare di essere delle meteore: <<Oggi il modello degli YouTuber e degli influencer funziona: forse questa è una scorciatoia, ma non dimentichiamo che anche in passato alcuni tormentoni funzionavano ma non riuscivano ad imporsi in maniera duratura. Il genio non risiede in chi sta sul palco tre minuti ma in chi è sul palco un’ora e mezza e ti fa divertire per un’ora e mezza, anche a distanza di anni. Riconosco che tanti giovani che stanno spopolando sul web sono stati favoriti rispetto a chi studia nelle università o nelle accademie: gli esempi che danno i sociale e la tv sono diametralmente opposti a voi che siete qui per formarvi. Però, ragazzi, io vi esorto a studiare: per esempio anche io adesso sto preparando uno spettacolo teatrale nuovo. Noi andiamo in teatro, proviamo, riproviamo, mettiamo, togliamo, rimettiamo, per due mesi, finché non viene fuori qualcosa che somigli ad uno spettacolo teatrale: questo è lavoro. Capisco che adesso il modello imperante è non lavorare e contemporaneamente cercare di diventare famoso e ritengo assurdo che un ragazzo che fa un video in cui mangia i cereali faccia milioni di visualizzazioni. Bravo. Beato te. Però lì non c’è alcun lavoro dietro. Il modello social e quello televisivo non sono modelli meritocratici: sono le scorciatoie. Il problema della popolarità è che diventa un’arma a doppio taglio: uno non deve essere popolare anche a scapito della personalità, perché, se io vivo per essere popolare, ho sbagliato tutto: io vivo per cercare di fare una cosa che, se la faccio bene, mi può portare a diventare popolare, ma il punto di partenza deve essere: io lavoro per diventare bravo; poi la popolarità sarà una conseguenza. Continuate a studiare con passione, ragazzi, e andrete lontano>>.