Ha ragione chi sostiene che siamo in guerra. L’emergenza Covid-19 ha scatenato una guerra. Il nemico è, probabilmente, molto più temibile ed insidioso di una nazione fatta di militari, di persone e di armi. Egli è invisibile, quindi ignoto, e non è ancora chiaro come combatterlo. Di certo non con le consuete armi. La sua potenza è tale da rendere inutile ogni strategia bellica, tanto da uccidere senza far rumore e senza preavviso. Non militare, ma sanitaria è questa guerra. Niente è ancora certo e il virus impazza incontrastato con la complicità (involontaria?) dell’uomo, nemico di sé stesso insieme al virus.

Flavio Carlino, Dottore Commercialista e Avvocato a Racale

Sistemi sanitari efficienti, sistemi di sicurezza, efficaci politiche economiche e monetarie. Queste le strategie vincenti. Ma per fare una guerra (e vincerla) bisogna averle queste risorse. Bisogna avere tanti, tanti soldi. Ed è questo il problema. Quando si rischia di dover affrontare una guerra, si dev’essere preparati a gestire un’economia di guerra, che è ben diversa da quella di un Paese con un’economia “a regime”.  Bisogna avere, soprattutto, riserve alimentari ed è fondamentale rassicurare la popolazione che quelle riserve basteranno per tutti, sì da evitare che la paura e la corsa all’accaparramento divenga una minaccia per l’ordine pubblico.

A dire il vero, fino ad ora, l’agricoltura italiana e la filiera alimentare, compresa la logistica, stanno rispondendo bene a una domanda di alimenti in forte crescita. Tant’è vero che in queste settimane, di emergenza e di quarantena imposta, gli italiani hanno speso molto di più per rifornire le dispense, perché stando a casa hanno consumato più derrate alimentari.

Il vero problema è un altro: non la scarsità di cibo, ma la sua distribuzione. Chi non sta lavorando a causa della chiusura forzata della propria attività, dopo qualche giorno, settimana, mese, non ha da mangiare e non ha dei risparmi da spendere. È importante che le derrate alimentari ci siano, ma è di vitale importanza che esse possano raggiungere tutti gli esseri umani. La fame si combatte così, dando a tutti la possibilità di mangiare. Lo ha detto anche il Papa. Diversamente, se non si muore di Covid-19, si muore di fame. Questo è il rischio di una guerra. E questa è una guerra.

Ora il problema sembra essere proprio questo, specie nelle aree più povere del Paese, dove alle tante famiglie che già prima del virus vivevano una situazione di povertà, si aggiungono le famiglie dei precari, degli stagionali e di coloro che vivono di “nero” e oggi sono senza lavoro. Niente reddito e niente tutele sociali. E la fame, si sa, può sfociare in rabbia sociale, con riflessi sociali incontrollabili.

Finanche i servizi segreti si sono mossi per segnalare al Presidente del Consiglio Conte il pericolo. Cosa fare, dunque? È quanto mai opportuna l’istituzione di un coordinamento internazionale per la gestione di un banco alimentare che consenta di agevolare l’approvvigionamento di derrate alimentari e ne assicuri la diffusione anche ai soggetti meno abbienti, ai più poveri, attraverso la consegna porta a porta di prodotti alimentari a chi ne ha bisogno, anziani, malati, famiglie in quarantena. Solo così la guerra sarà vinta.

Non importa come, ma bisogna farlo subito. Bisogna dar da mangiare a chi ha bisogno. E non deve sembrare strano sentir parlare di questo. La povertà esiste ed è in continua espansione. Denaro liquido alle famiglie, tutte. Questa è la cura.

Agli scettici suggerisco di essere lungimiranti: pensino all’ipotesi di un protrarsi di alcuni mesi dei contagi. Cosa succederebbe? Chi produrrebbe reddito? Chi pagherebbe gli stipendi? Chi pagherebbe le tasse per consentire ad uno Stato di pagare “indennità sociali”? Ora più che mai bisognerebbe stare uniti, ma a me pare che non sia proprio così. L’Europa non c’è!

Flavio Carlino