foto di Cosimo Enrico Marseglia
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L’avvocato Caterina Rizzelli

SALENTO – Nel 2011 Margaret Mazzantini ha pubblicato il romanzo “Nessuno si salva da solo”. Delia e Gaetano sono una coppia di separati che si incontra al ristorante per discutere dei problemi sulla gestione dei figli. Gaetano vorrebbe vederli di più ma Delia, che non gli perdona un tradimento, non è d’accordo perché lo ritiene altalenante nei sentimenti e teme che i suoi figli possano risentirne. Delia soffre la solitudine ed ha anche paura di ricadere nell’anoressia. Ognuno pensa a sé, nessuno ai figli, si guarda solo nel piatto in cui si mangia e non oltre.

Ma poi accade qualcosa di inaspettato, un uomo e una donna seduti accanto al loro tavolo, iniziano a parlare con loro e l’uomo confida di essere malato di cancro e chiede proprio a loro di pregare per lui perché “ nessuno si salva da solo”. E’ nel dolore e nella sofferenza che si rifiuta l’egoismo come rotta di una vita vulnerabile almeno quanto la nostra salute.
“Ci siamo ritrovati tra le fitte tenebre – ha detto il Papa ieri in mondovisione- mentre pensavamo di essere forti e capaci di tutto”. Ed è vero, è bastato un virus a farci comprendere che siamo davvero tutti uguali, che abbiamo bisogno gli uni degli altri e che al suono gioioso di una campana può sovrapporsi e confondersi quello acuto di un’autombulanza. La musica è la stessa, nel perfetto dualismo di un tic toc che segna lo scorrere preciso delle ore verso un domani ancora incerto.
Cosa ne sarà di noi? Quando finirà tutto questo? Quando arriveranno gli aiuti economici da
parte del Governo per chi ha finito i risparmi? Nessuno può dirlo, vige l’incertezza su tutto tranne che su una cosa: per uscirne non bisogna uscire. Restiamo a casa perché di virus si muore realmente, la cifra di chi non ce l’ha fatta in Italia è in termini di quattro zeri.
Seguiamo i consigli degli scienziati e non di personaggi politici in rottamazione fautori
dell’immunità di gregge. E dire che i casi Boris Johnson e Zingaretti avrebbero dovuto far
comprendere che chi sfida il virus è destinato a perdere o, quantomeno, a doverlo combattere. Le regole sono durissime per tutti: si sta soli e reclusi ma con la consolazione che tutta questa penitenza servirà a salvare il mondo e noi stessi da un terribile sterminio.
E ognuno è tenuto a fare la sua piccola parte in attesa che arrivi il fatidico momento del
contagio zero, che si scopra e sperimenti un vaccino o un medicinale adatto a fermare questa mattanza da guerra mondiale. C’è chi organizza spese solidali, qualche politico ha persino rinunciato ai propri emolumenti, molti psicologi hanno attivato un servizio di sostegno via web per i più fragili, alcuni imprenditori e professionisti hanno effettuato donazioni di mezzi e denaro per gli ospedali già in affanno per mancanza di mezzi e posti.
E c’è anche chi, con grande senso civico, porta a conoscenza di tutta la comunità di essere stato contagiato dal virus o di essere sottoposto a quarantena.
E’ una gara alla solidarietà in tempo di guerra in uno Stato assente che non fornisce i mezzi ai medici, i reagenti per i tamponi per la conta effettiva degli infetti, il sostegno economico per le famiglie bisognose, le case ai senzatetto e che maneggia decreti in modo distratto e poco tempestivo. Non sentirsi dimenticati da Dio e dal mondo è una magra consolazione in tempi di pandemia. Ma non è la sola. Chi l’ha detto, infatti, che questo periodo di isolamento sociale non serva anche a noi stessi e che non sia, quindi, una fatica utile?
“ Sai qual è il problema? – dice Delia a Gaetano- “E’ che nessuno ha più il coraggio di fare la cosa più semplice, mettere a fuoco la propria vita”.
Testo a firma dell’avvocato Caterina Rizzelli