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L’avvocato Caterina Rizzelli

LECCE – È ora che anche la Regione Puglia si attivi per reperire i test di screening rapido per il monitoraggio della popolazione e auspicabile che i Sindaci si avvalgano dei consigli degli esperti. I numeri sono alti, sia dei morti che dei contagiati, e la Puglia si trova a dover fronteggiare in questi giorni l’emergenza coronavirus. A Lecce i primi casi sembrano risalire ai tempi della trasferta dei tifosi bergamaschi che sono arrivati in città e lasciati liberi di circolare, pranzare, cenare e alloggiare ovunque, salvo poi a misurar loro la temperatura prima dell’accesso in curva sud.

A rafforzare le gambe del virus c’è stato l’esodo di tanti figli dal nord che hanno infettato genitori, zii e nonni e acceso tanti focolai sia tra le mura domestiche che, cosa ancor più grave, negli ospedali e nelle strutture per anziani. Anche loro lasciati liberi di arrivare al sud alla chetichella ( e uscire tranquillamente a spasso il giorno dopo) o avvisare il medico di base e mettersi in quarantena volontaria, sempre tra le mura domestiche insieme a familiari vari. Errori gravi che non dovevano essere commessi perché in Puglia la sanità fa acqua da quasi tutte le parti, perché mancano i tamponi in tutta Italia, perché non sempre la coscienza delle persone è dotata di senso civico, perché il virus non provoca solo influenza, perché di virus si muore e anche da soli.

E ora anche in Puglia si fa la conta dei morti e degli infetti sulla base dei ( pochi) tamponi disponibili che danno solo un’idea della diffusione del virus ma che non raccontano la verità perché nella conta non vengono elencati gli asintomatici che, a detta degli esperti, costituiscono la maggioranza e, quindi, il pericolo maggiore. Le misure restrittive dei vari decreti governativi, benchè indispensabili, non sono sufficienti se ad esse non si associa un monitoraggio della popolazione non solo attraverso le forze dell’ordine per controllare gli spostamenti non essenziali degli irresponsabili ma anche attraverso la raccolta di dati sanitari per monitorare in modo esatto e sistematico la maggior parte della popolazione. Tutta sarebbe meglio.

Test di screening rapido per il controllo della cittadinanza, soprattutto per il personale sanitario, potrebbe consentire di capire i reali numeri degli infetti e obbligare ad osservare la quarantena tutti coloro che potrebbero essere la miccia per focolai del virus. Tanto dovrebbe essere obbligatorio e non c’è più tempo da perdere anche perché non esistono farmaci ad hoc o, forse, si perde troppo tempo prima di somministrare i pochi che si hanno a disposizione e che sembrano aver dato qualche risultato.

Intanto al nord, i numeri ufficiali degli infetti, così come quello dei morti, sono falsati -per non dire manipolati-  dal fatto che la gente muore in casa e ci sono difficoltà a ricoverare in ospedale anche i pazienti critici. I fatti, spesso, non sono la verità, i fatti, specie se raccontati, a volte ne sono solo una minima parte. Nessuno di noi ha il potere di strappare la verità a quei corpi che non parlano più, a quei corpi deportati il più lontano possibile dalla vita ancora incerta dei sopravvissuti per caso.

Tutto ciò che abbiamo visto anche solo in tv ormi è dentro di noi e non potrà mai essere dimenticato neanche nel breve periodo, quando sarà più forte l’esigenza di rimuovere i recenti e brutti ricordi per riaffacciarci alla vita più di prima. Ma è proprio allora che dovremmo usare il maggior senso di responsabilità, perché di questo virus, sino a quando non si troverà un vaccino, ci sarà la fase due, e forse la tre e così via mentre sarà troppo forte la nostra voglia di tornare in campo che, però,  rischierebbe di mandarci tutti fuori gioco.

Chi non ha più sintomi non deve sentirsi autorizzato ad uscire di casa prima ancora di essere sottoposto a tampone – anche se per i tamponi è obbligato ad aspettare molti giorni in lista d’attesa. Per converso, un monitoraggio preciso della popolazione, sia attraverso screening che mediante l’utilizzo di specifiche app, potrebbe consentire una graduale ripresa delle attività lavorative. Intanto bisognerebbe prevedere, magari con un decreto dell’ultima ora -da adottare possibilmente prima di Pasqua- l’arresto in flagranza per chi viola la quarantena perché non esistono paura o giustificazione che tengano dinanzi a chi è fonte di morte per gli altri.

Nel frattempo il Governo è intento a programmare la fase due, un nuovo decreto che si aggira sui 30 miliardi per il sostegno alle attività, il reddito di emergenza, l’aiuto alle imprese e ai professionisti. Si chiede all’Europa uno sforzo economico per aprile. Le parole e le promesse sono buone ma la ricetta europea, nonostante i numeri dei decessi e delle chiusure, non è ancora arrivata così come l’accesso al portale Inps risulta difficoltoso se non impossibile per chi, ormai, rischia di morire non di pandemia ma di fame.

In attesa di tornare a vivere è cosa buona e giusta usare tutti i modi possibili per aiutarci l’un l’altro in una lotta disperata alla sopravvivenza al virus ma anche all’ignoranza di chi sembra non avere ancora le idee chiare. Sono ancora troppi i comportamenti che non possono più essere tollerati e che rischiano di vanificare chi li osserva e non vede i suoi cari da mesi: troppi assembramenti nelle attività ancora aperte, troppe consegne a domicilio di beni non essenziali, troppe persone che bivaccano nelle ville comunali ancora accessibili perché non recintate, troppe uscite con i cani e per la spesa, troppe persone senza guanti e mascherine in giro, troppa poca attenzione per la pulizia  e disinfezione delle strade, troppo tempo di attesa per eseguire i tamponi in caso di sintomi, troppa delega ( per non dire scarico) di responsabilità tra tutti gli organi preposti ad intervenire per bloccare la circolazione del virus.

E dinanzi a tutto ciò il Governo, nel suo ultimo decreto, su sollecitazione di qualche genitore impaziente, ha emanato una norma che consente la passeggiatina genitore-figlio minore sotto casa e a ritmo lento. Immaginiamo a Pasqua e a Pasquetta il raduno di gente che ci sarà in città sotto le case di tutti. Scelta irresponsabile almeno quanto quella di chi accoglierà la possibilità offerta dal Governo di esporre i propri pargoli alla pandemia. E’ notizia di questi giorni che una minore di due anni sia stata ricoverato al Fazzi. Non è una malattia per vecchi, sia chiaro, è una malattia questa che non guarda in faccia nessuno e che non discrimina né per età né per consistenza patrimoniale. Sarebbe auspicabile che ogni Comune si avvalga dei consigli degli esperti attuando ogni strategia utile per contenere il picco. Per esperti intendo chi di malattie infettive ne capisce e la cui collaborazione potrebbe essere davvero utile per salvare molte vite umane.

Strategie serie quindi, controlli più serrati, tamponi e monitoraggio attraverso screening, interventi immediati dei medici di base e del pronto intervento verso chi manifesta i primi sintomi, consigli degli esperti per tutti i sindaci, sono le nostre armi perché il motto “ ce la faremo” non resti un invito a confidare in un fato dai peggiori auspici. Quando tutto sarà finito potremmo tornare a vivere, magari con nuovi amici e nuove idee, come fossimo vecchi carillon a cui una mano sconosciuta ha ripreso  a dare la carica. Intanto restiamo a casa alla riscoperta di cose perdute poste ad un palmo dal nostro naso di cui pensavamo di aver dimenticato anche solo il ricordo e attendiamo con pazienza che arrivi il primo spiraglio di vita che renderà l’uomo uguale a tutti gli altri esseri viventi a cui il coronavirus non è riuscito ad intaccare neanche l’anima.

Testo a firma dell’avvocato Caterina Rizzelli