Flavio Carlino, Dottore Commercialista e Avvocato a Racale

Si dice che i lavoratori dipendenti votino il partito comunista (ora la sinistra) perché è l’unico partito che cura gli interessi di chi lavora (e paga le tasse), contro quelli degli imprenditori, fortunati nullafacenti, evasori e sfruttatori dei proletari. Secondo la dottrina “rossa”, gli imprenditori, solo per essere gli investitori di un capitale che se non è di proprietà, è in prestito, non dovrebbero guadagnare di più. Anzi, in un regime collettivista nessuno dovrebbe investire, a parte lo Stato, e tutti dovrebbero lavorare per lo Stato.

Bene, questo governo la pensa esattamente così e gli eventi non mi smentiscono. Certo la legge sulla cassa integrazione guadagni, ad esempio, non l’ha fatta questo governo, mi direte, ma la sua deplorevole azione sta portando esattamente a questo risultato. Non vorrei sembrare ripetitivo, ma non riesco a pensare che da quando è scoppiata l’emergenza Covid19, imprese e lavoratori hanno preso davvero poco. I titolari di azienda ed i soci di alcune società 600 euro a marzo e quelli di aprile stanno arrivando. Ai lavoratori dipendenti stanno cominciando ad arrivare i soldi della cassa integrazione guadagni. Ma con brutte sorprese: l’indennità pagata in questi giorni riguarda il mese di marzo ed è risultata, nella quasi totalità dei casi, molto più bassa rispetto alle aspettative e alle previsioni. Il sussidio che dovrebbe essere l’80% dello stipendio, per un tempo pieno pari a circa 940 euro lordi, si è tradotto in un assegno netto di circa 740 euro, vale a dire, in molti casi, il 60% delle retribuzioni riconosciute ai lavoratori dipendenti dalle loro aziende. L’indennità pagata (solo ad una parte degli aventi diritto) dall’Inps per il mese di marzo è, su base oraria, pari a 5,34 euro lordi, cifra che, al netto delle trattenute fiscali, diventa circa 4 euro l’ora.

Con l’indennità di disoccupazione i lavoratori “licenziati” avrebbero percepito di più. Ma i vari decreti del governo hanno impedito i licenziamenti, non so se per tutelare i lavoratori o per evitare di tirare fuori più soldi per via del divario tra l’indennità assicurata ai dipendenti, ai quali viene interrotto il rapporto di lavoro, rispetto al sussidio garantito a chi usufruisce della Cig. Il tetto per la cassa integrazione guadagni pari ad un importo massimo mensile di 939,89 euro lordi è, infatti, molto più basso della Naspi grazie alla quale un lavoratore licenziato percepisce una somma pari al 75% effettivo della retribuzione fino al tetto di 1.227,75 euro, soglia oltre la quale si aggiunge una cifra aggiuntiva pari al 25% della parte eccedente il tetto.

Il nostro “prudente” governo si è guardato bene dal far accadere questo. Ha impedito alle imprese di licenziare fino a che l’emergenza non sarà un lontano ricordo (speriamo presto), facendo passare ciò per una forma di tutela del lavoratore e non per un’azione governativa volta al risparmio. L’unica certezza è che il problema è stato solo rinviato di qualche mese, quando le imprese saranno costrette a chiudere per via dei provvedimenti folli adottati da Conte & C. Questo succederà inevitabilmente per molte imprese, così come inevitabili saranno i licenziamenti. Lo dicono i sondaggi. Molti ristoranti, lidi ed altre aziende. E quando ciò accadrà sarà un disastro economico.

Come affronterà la questione il governo? Non la affronterà, ovviamente, perché ci sarà un altro governo. Ecco il senso delle loro decisioni. Affrontare il problema ora evitando di passare alla storia come il governo che ha creato più disoccupazione di tutti.

Tutto ciò ha già avuto conseguenze devastanti sull’economia familiare: i lavoratori subordinati non solo non hanno percepito il salario per due mesi, ma, quando è arrivato il sussidio, è arrivato “tagliato” del 40%. La Naspi avrebbe dato un po’ di respiro ai dipendenti grazie ai maggiori importi. E non si è avuto il tempo di digerire l’indigesto danno, che il “decreto rilancio” ne ha prolungato gli effetti, i quali neanche con il Maalox potranno essere risolti: ha prorogato a cinque mesi il divieto di licenziamento introdotto dal decreto “Cura Italia”, lasciando inspiegabilmente alle imprese la sola possibilità di prorogare gli ammortizzatori sociali per cinque (o nove) settimane, spostando più in là un problema che creerà solo enormi scompensi, primo fra tutti, l’avanzare della povertà. Pochi ancora hanno compreso che il provvedimento non salva i posti di lavoro, ma proroga solo di qualche mese la data dei licenziamenti, in quanto è già stata prevista, entro la fine dell’anno, una moria di aziende senza precedenti. Al contrario, se l’azienda ce la farà a proseguire l’attività, non avrà nessun interesse ad assumere nuove persone che non siano formate, come i vecchi dipendenti.

Morale: la sospensione era la soluzione corretta. Sospendendo le attività per decreto, nessuno avrebbe più pagato tasse per un certo periodo e ai dipendenti avrebbe dovuto provvedere il governo con il pagamento diretto degli stipendi per un importo pari a quelli percepiti fino al mese di gennaio/febbraio.

Il modello tedesco, per farla breve, anche se non amo molto ripeterlo.

Il risultato, invece, è che regna l’incertezza per la totalità delle imprese, a parte per qualche tracotante presunto professore di economia aziendale che non sa distinguere la teoria dalla pratica, che hanno già usufruito delle nove settimane di Cig introdotte per l’emergenza Covid-19 e molte di loro non hanno ancora riaperto o hanno riaperto ad organico ridotto. Così i consumi sono influenzati negativamente dagli ormai diffusi problemi economici dei cittadini e dalla imposizione di eccessive condizioni sulle riaperture, con la conseguenza che, ad oggi, milioni di lavoratori si ritrovano a casa senza un sostegno al reddito. Per non parlare dei titolari di partita iva che non lavorano ed i contributi continuano a maturare, insieme ad altri costi aziendali, e non hanno voglia di riprendere, scoraggiati come sono dalle circostanze emergenziali acuite dalle inefficaci scelte governative.

Ad aggravare la situazione c’è, poi, la prassi che si sta diffondendo di inserire un supplemento di prezzo per i presidi antivirus per i quali il governo ha “promesso” un credito d’imposta che, poi, vedremo a quante aziende arriverà.

È bene che gli operatori economici si assumano la responsabilità delle loro azioni prima che si giunga all’irreparabile. Il Sole 24 ore di oggi ha pubblicato la foto di uno scontrino che riportava un sovrapprezzo di 2 euro su una spesa di 25. Stiamo attenti. Questo non è il momento di speculazioni.

Fatto sta che, sia i datori di lavoro, sia i dipendenti, sono destinatari dei problemi economici creati da un governo incapace di affrontarli, i primi costretti a subire costi maggiori e i secondi a percepire sussidi insufficienti al sostentamento famigliare.

Ora più che mai serve l’impegno di tutti per far cambiare direzione ad un futuro che non può piacerci nella forma in cui si prospetta. Occorrono qualità come dedizione, onestà ed impegno.

E a chi pensa che nulla possa subire un cambiamento, rispondo con una bellissima e significativa frase del Giudice Giovanni Falcone. Si, è proprio così che voglio chiudere queste brevi riflessioni, ricordando il grande uomo che è stato, con il dovuto rispetto e con grande ammirazione, affinché il suo sacrificio non sia stato inutile:

“Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così, solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche ed incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”.

Diamo un senso a questa frase, possiamo farcela.

 

FLAVIO CARLINO