-Papà, mi hanno detto a scuola che devo leggere alcune poesie. Non so come fare, le poesie sono… sono una cosa seria.
-Proprio per questo non posso e non voglio dirti nulla. Abbiamo lo zio Carlo, chi meglio di lui, è attore, anzi interprete, precisa lui stesso. Chiamalo, sarà contento.
Alcuni giorni dopo il padre le chiede di riferirgli cosa sta facendo con lo zio Carlo, e lei, come se stesse aspettando un tale invito, comincia a parlare e sembra proprio non avere intenzione di finire mai. Il suo volto emana raggi di luce e il padre capisce che le è piaciuto tanto andare dallo zio.
-Per prima cosa mi ha detto che devo studiarla, la poesia, nel senso che devo comprenderla: ciò che ha voluto dire l’autore, ciò che dicono i versi, uno per uno, quindi devo chiedermi se mi piace, se mi emoziona. Devo sapere in partenza se ”devo lasciarmi andare”, ha detto proprio così, come se l’avessi scritta io, ha aggiunto, e quindi con gli scopi dell’autore. Se invece non mi piace, ma sono costretta a leggerla, allora devo leggerla stando attenta il più possibile alla dizione, al respiro, al volume della voce, che sono gli aspetti tecnici che si studiano per diventare attore. Per questo in verità -ha aggiunto- non avremmo molto tempo, ma qualcosa potrei insegnarti, ha concluso. Quante sono le poesie o è una sola?
-Non più di tre mi hanno detto. Eccole, zio. Le ho lette più volte e mi sembra di averle capite.
A questo punto lo zio Carlo le ha prese: -Stai zitta e buona, le devo leggere e capire.
-Sono stata zitta e buona, ma proprio quando non ce la facevo più di aspettare, lo zio fa:
-Faremo finta che ci piacciono. Non soltanto, mettiamo a parte la tecnica, poi vedremo se riprenderla, ora puntiamo a interpretarla. All’apparenza è più facile, ma dipende molto dalla tua capacità di immedesimarti nell’autore.
-Quando ha detto così papà, mi è piaciuto un sacco…
-Allora farai l’attrice? Adesso potresti leggermele?
-No, ho altri due giorni con lo zio, poi avrai l’anteprima e il giorno dopo sarò un’attrice, tu e la mamma sarete in platea, sì, nella palestra della scuola. Lo zio ha cominciato dicendo che siccome ho il compito di leggere, non devo imparare a memoria le poesie, che sarebbe più bello, sarei libera di muovermi non essendo ancorata al leggio. Poi di colpo mi ha fatto paura con uno sguardo all’improvviso feroce, si avvicina e dice:
-Dunque avrai in mano un libro, vero?
-Sì certo, dico timida e impaurita, avrò in mano il libro… se devo leggere…
-Errore grossolano che fanno tutti, urla, non l’avevo mai visto così, papà. Poi abbassa la voce, ma l’espressione rimane dura e cattiva. Si era ammattito, papà? E riprende a dire: Ecco la caduta dell’atmosfera creata, quando si è costretti a voltare pagina, dice. Si può e si deve evitare. Perché si uccide la poesia. Ci si prepara fotocopiando le pagine che interessano, inserendole in cartelle trasparenti da poggiare sul leggio. E se la poesia è più lunga, si utilizza il retro della cartella in modo che il voltare pagina non comporta nessun intoppo. E di colpo è tornato dolce e sereno. E così ha ripreso. Vediamo ora che significa saper leggere in pubblico una poesia, ha detto mentre si metteva comodo sulla poltrona. Innanzitutto significa saper individuare le parole-chiave, cioè le parole che permettono di comprendere più facilmente ciò che vuole dire l’autore e per questo quando ci si esercita nella lettura conviene soffermarsi brevemente sulla parola-chiave per dare la possibilità anche a chi ascolta di comprendere il contenuto della lettura e ciò contribuisce a mantenere accesa l’attenzione. In questo modo si crea anche l’aspettativa. Creare l’aspettativa significa far capire che in ciò che si legge sta per succedere qualcosa, che si sta per riferire qualcosa di molto importante. Se il lettore è così bravo si accorge dal silenzio in sala che i presenti “pendono tutti dalle sue labbra” e se ci sono zanzare le sente volare. Lui le sente volare, non gli ascoltatori che sono persi in ciò che ascoltano. Qui ha fatto una pausa guardandomi con occhi dolcissimi quindi ha ripreso. Una poesia necessita di una modulazione nel tono di voce, di un volume di voce coerente con ciò che si legge e per questo bisogna entrare “dentro” al brano di lettura e immedesimarsi nello scrittore per cogliere le sfumature di significato in ciò che lui vuol dire. Se il lettore è così bravo, gli ascoltatori restano immobili e lui sente volare le mosche, che in genere sono più silenziose delle zanzare. E che dire dei moscerini, silenziosissimi? Chi legge la poesia li sente se utilizza i linguaggi del corpo, ossia se si muove nello spazio in modo misurato e a seconda di ciò che dice il brano di lettura, se evidenzia moderatamente nell’aria con braccia e mani aggettivi, verbi e sostantivi, infine se i suoi occhi occhieggiano e le ciglia si accigliano, quando ciò che si legge esige proprio occhi, ciglia e sopracciglia. Per questo si consiglia di allenare il viso a renderlo mobile nelle espressioni: ci si mette davanti allo specchio e si fanno smorfie e boccacce (non sto scherzando). Ciò è utile perché nel laboratorio sul parlare in pubblico, che faremo in seguito se ne hai voglia….
-Sì, ne ho voglia, mi sono precipitata a dire, papà.-
-Bene! I primi incontri saranno dedicati a due obiettivi che sono alla base del parlare in pubblico: gestire l’ansia e studiare le emozioni per imparare a metterle in evidenza quando occorre. Vediamo ora cosa devi fare per prepararti, ha detto mentre si alzava, prendeva un bicchierino e si versava della grappa Sarebbe la prima volta per te e dunque potresti essere presa dall’ansia di affrontare il pubblico. Una cosa banale e che sembra superflua è che la preparazione include una simulazione: leggere e rileggere per evitare intoppi nella lettura, stare in piedi avendo qualcosa che faccia da leggio, su cui appoggiare la cartellina trasparente con la poesia, avendo in mano un microfono oppure rimanendo vicino al microfono se è fisso sul leggio e soprattutto imparare ad usarlo. Tutto questo ti aiuta per il giorno in cui sarai di fronte a un pubblico.-
-Posso dire una cosa, zio?-
-Se sono immersa nella poesia che sto leggendo davanti un pubblico, come faccio a sentire zanzare, mosche e moscerini?-
-Sapevo che l’avresti chiesto. Domanda intelligente che stimola i discorsi teorici sull’arte drammatica, quindi sul teatro. Insomma entriamo nelle teorie che ovviamente sintetizzo. Una dice che l’attore deve immedesimarsi a tal punto da diventare il personaggio e che solo così può trascinare il pubblico; però, dicono altri teorici, rischia di trascinare anche se stesso. In questo caso non sente le zanzare, figurati i moscerini! Gli altri teorici praticamente dicono, e io sono con questi, che l’interprete deve essere empatico, che significa in sostanza “fare come se”. Il “come se” permette di entrare e uscire dal personaggio, significa essere consapevoli che si sta interpretando e quindi restare attenti su ciò che accade proprio mentre mostri di essere un altro. Sì proprio ti sdoppi. In questo modo non soltanto senti i moscerini, hai anche sotto controllo ciò che succede in sala agli ascoltatori e sai se li hai “acchiappati” o se invece sono annoiati e stanno pensando ad altro.
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