“Nel centro della lama di coltello si percepisce un gusto acre di delusioni trascorse e scorse in punta di scrittura, mentre il mondo di fuori non chiama pur nel suo esistere che non è”, dalle prime considerazioni della prefazione di Eliana Forcignanò, si evince ne “Il bicchiere vuoto”, di Lidia Fraccari un testo di poesia per nulla banale né facilmente comprensibile. Necessario, dunque, scrutare ad di là di quella “siepe che lo sguardo esclude” ed immaginare, cadendo nello sconfinato mondo dell’Io. Complicato, a volte rassegnato, nel trovarsi in un putrido vivere contornato da metafore allettanti come quella del bicchiere, della bottiglia o del fondo di un piatto, come se Lidia Fraccari volesse dimostrare l’urgenza della propria anima di nutrirsi e assetarsi di vita. E si legge: «Alla foce il fiume è cristallo / steso e pregiato / che mentre cade / tra frantumi dona riflessi / spessi» (p. 12).

Nel caleidoscopio del sé, la donna, Lidia, in tal caso, annaspa in un mare in tempesta nel quale cerca di sostenersi, aggrappandosi a vetri rotti di uno specchio dove il riflesso appare come un appiglio alla propria anima. Cupa, umbratile, profonda, analitica la silloge “Il bicchiere vuoto”, attraverso la quale Fraccari simboleggia il tempo, quello misurabile, il “Κρόνος” che in fretta si consuma. Considera il rapporto con l’altro da sé sia in se stessa sia al di fuori di sé, e così si ritrova a confrontarsi anche con l’amore.

Lidia Fraccari si ancora a quest’umano, scavando con la lama di un coltello, consapevole di un’esistenza che non si abbarbica all’amore in modo comune, romantico, o al maschio come vittima; incespica però alle volte in un silenzio che le appare disvelato. E infatti, “ti canterò di storie / di fate d’orchi / di rampicanti sporchi / dei miei silenzi / in cui depongo la paura / delle parole inesplicabili / dell’amare” (p. 21).

Come prima esperienza di uno sperimentarsi del proprio sé, Lidia Fraccari sembra esserci riuscita con tale testo poetico “Il bicchiere vuoto”, i cui simboli evidenti, universali, raccontano di quel particolare che evidente non lo sarà mai, ma nonostante questo sosteneva Eraclito occorre provarci sino alla fine dei propri giorni. Si tratta di una silloge edita dalla neonata casa editrice Fallone, curata e diretta da Eliana Forcignanò per la collana “Il fiore del deserto”. E così, l’augurio è che giustappunto come un fiore del deserto possa splendere la poesia rigogliosa in ogni esistenza quale si voglia che sia.

Tra rabbie, rancori, dissapori, rassegnazioni scorre una parte di vita alla quale forse Lidia vorrebbe agganciare anche quell’altra che facile non è, tutt’altro come le gioie, la felicità, le vittorie e persino quell’equilibrio agognato tra inconscio e ragione, tra l’Apollineo e il Dionisiaco, senza mai perdere di vista l’orizzonte da raggiungere.

 

Alessandra Peluso