di Francesco Oliva 

I Palazzi di via Brenta

LECCE – Nessuna condanna nel processo sull’affare via Brenta. I giudici della seconda sezione collegiale (Pasquale Sansonetti, a latere Annalisa de Benedictis e Marcello Rizzo) hanno assolto nel merito e disposto il non doversi procedere per tutti gli imputati. Escono, dunque, non colpevoli dal processo: l’ex sindaco di Lecce, Adriana Poli Bortone, 74 anni, di Lecce; Massimo Buonerba, 66 anni di Lecce, nelle vesti di consulente legale della Poli; Pietro Guagnano, 75 anni, di Lecce, legale rappresentante della Socoge e Giuseppe Naccarelli, 46 anni, di Veglie, allora dirigente del servizio finanziario del Comune di Lecce; Vincenzo Gallo, 59 anni, originario di Taranto, funzionario della Selmabipiemme, (per i quali il pm Maria Vallefuoco aveva chiesto 6 anni di reclusione). Innocenti (così come richiesto dalla Procura) anche Ennio De Leo, 66 anni, originario di San Pietro in Lama, ex assessore al Bilancio del Comune di Lecce; Maurizio Ricercato, 57 anni e Fabio Mungai, 57 anni, di Milano, rispettivamente amministratore delegato e dirigente della Selmabipiemme.

Gli imputati sono stati assolti dall’accusa di peculato perchè il fatto non sussiste mentre per il reato di abuso d’ufficio i giudici hanno disposto il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. L’assoluzione (sempre con la formula più ampia perchè il fatto non sussiste) è stata disposta per Giuseppe Naccarelli per un’ipotesi di falso. Un esito arrivato dopo una lunga istruttoria in cui sono stati sentiti diversi ufficiali di polizia giudiziaria, alcuni imputati e, complici anche ritardi e rinvii, ha visto la propria conclusione a distanza di anni in un’inchiesta che l’allora gip Ercole Aprile non esitò a definire nella propria ordinanza di custodia cautelare il 21 ottobre del 2009 “la più colossale truffa ai danni dei cittadini leccesi”. Di quel passaggio, a distanza di quasi dieci anni, non c’è più alcuna traccia con la sentenza dei giudici di primo grado.

Da sinistra a destra gli avvocati Franco De Iaco, Sabrina Conte e Pietro Quinto subito dopo la lettura del dispositivo

Grande soddisfazione è stata espressa subito dopo la lettura del dispositivo dagli avvocati che componevano il collegio difensivo: Luigi Covella, Pietro Quinto, Sabrina Conte, Giorgio Memmo, Viola Messa, Massimo Manfreda, Stefano De Francesco, Franco De Iaco, Gaetano ed Antonio De Mauro. La difesa, attraverso argomentazioni precise puntuali, ha dimostrato la piena correttezza dei vari personaggi implicati, loro malgrado, nella vicenda. Il deposito delle motivazioni (mai come in questo caso fondamentali per comprendere l’orientamento dei giudici) è atteso nei prossimi 90 giorni. In aula come parti civili comparivano il Comune di Lecce (rappresentato dall’avvocato Andrea Sambati) e la Selmabipiemme.

Palazzo Carafa

Il secondo processo sulla compravendita dei palazzi di via Brenta diventati polo della giustizia civile era nato dalla decisione del 20 maggio di quattro anni fa, del giudice Stefano Sernia, di inviare gli atti in Procura per valutare la posizione della Poli e per avviare un nuovo processo non più per truffa ma per peculato (reato di competenza di un collegio di giudici) dopo la condanna a tre anni per la sola ipotesi di falso nei confronti di Giuseppe Naccarelli. Secondo l’accusa sostenuta originariamente dall’allora procuratore aggiunto Antonio De Donno, il Comune di Lecce aveva sottoscritto un contratto di locazione con la società costruttrice, la Socoge, dell’imprenditore Pietro Guagnano. Nel 2006, sulla scorta di una determinazione dirigenziale di Giuseppe Naccarelli, all’epoca responsabile del settore economico finanziario di Palazzo Carafa, senza passare dal Consiglio, il Comune subentrò nel contratto di leasing sottoscritto dalla Socoge con la società milanese Selmabipiemme per l’acquisto dei due edifici. Presentata come vantaggiosa per il Comune, l’operazione si sarebbe rivelata priva di convenienza per l’assunzione di un notevole esborso finanziario, pari ad un costo complessivo di 41 milioni e 436 mila euro. Secondo la nuova accusa mossa dalla Procura, l’operazione di leasing per i palazzi di via Brenta avrebbe costituito un assalto alle casse comunali per procurare intenzionalmente un vantaggio patrimoniale all’imprenditore Guagnano e alla Selma.

Il pubblico ministero Maria Vallefuoco

Il pubblico ministero Maria Vallefuoco, al termine della sua requisitoria contenuta in una quarantina di cartelle, aveva chiesto una condanna a sei anni per l’ex sindaco nonchè attuale assessore al Turismo e all’Identità euromediterranea. E che l’allora primo cittadino non fosse stato ingannato dai suoi collaboratori ma avesse avuto un ruolo non secondario nell’operazione, il pubblico ministero ne era convinto.

“L’input politico è stato di Adriana Poli Bortone”, aveva ribadito nel corso della requisitoria. Ricostruendo la vicenda, la pubblica accusa aveva sostenuto la tesi che sarebbe stata proprio l’allora sindaco a estromettere un professionista incaricato originariamente di sondare il campo per un eventuale acquisto in leasing immobiliare di edifici da adibire ai fini dell’amministrazione della giustizia. Davanti alle titubanze in merito all’operazione, secondo il pm, “sempre per volere dalla Poli Bortone, veniva formata la delibera di Giunta ai fini di dare una parvenza di legittimazione al Naccarelli, titolare di un ufficio al quale spettano poteri di controllo sulla regolarità amministrativa e contabile delle procedure, non certo gli acquisti immobiliari, ma evidentemente già sicura di poter contare sul contributo del medesimo ai fini del raggiungimento dell’obiettivo prefissato”.

“Una spesa” – aveva sostenuto il pm – “davvero enorme, non supportata da alcuna plausibile ragione di convenienza economica, tenuto conto dei gravissimi vizi edilizi ed urbanistici gravanti sugli immobili”. Per il pm erano emersi altresì contatti, suggerimenti, modifiche studiate a tavolino, attraverso i quali era stata formata la determina di Naccarelli ai fini di favorire Guagnano a tutto discapito degli interessi patrimoniali del Comune, con effettiva deviazione della destinazione pubblicistica delle somme dell’ente verso detto fine esclusivamente privato». Da qui l’ipotesi di accusa di peculato per distrazione. Reato caduto nel merito.

L’ex sindaco Adriana Poli Bortone

“Da persona delle istituzioni ho sempre avuto fiducia nella giustizia e non ho mai contestato, in alcun modo e in alcun tempo, il suo operato. Ora non posso che essere lieta di questo esito che mi rinfranca rispetto al tanto fango che mi è stato gettato addosso nell’arco degli ultimi anni.”  E’ quando dichiarato a caldo dall’ex sindaco Adriana Poli Bortone in relazione all’assoluzione per la vicenda dei Palazzi si via Brenta.

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