F.Oli.

MAGLIE (Lecce) – Una sepsi addominale scambiata per un’infezione urinaria e dopo un mese e mezzo di ricovero la paziente muore. Per la morte della 68enne Lucia Piscopo, il gup Simona Panzera ha rinviato a giudizio quatto medici in servizio presso il reparto di medicina dell’ospedale di Scorrano: A.M., 61 anni, di Lecce; U.G.C., 58 anni, di Poggiardo; A.C., 58 anni, di Otranto e A.B.R., 59 anni, di Spongano. Gli imputati, a partire dal prossimo 7 ottobre davanti al giudice monocratico Alessandra Sermarini, dovranno difendersi dall’accusa di responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario In aula saranno presenti anche il marito e i tre figli della vittima, originaria di Maglie, assistiti dall’avvocato Oronzo Carrozzini. In ballo c’è anche una richiesta risarcitoria di 1 milione e 600mila euro.

Il processo dovrà accertare la fondatezza delle indagini coordinate dal pubblico ministero Maria Consolata Moschettini. La vicenda, già trattata dal CorriereSalentino, prende le mosse il 21 agosto del 2016 quando la donna, alle 9.58, accede nel pronto soccorso dell’ospedale di Scorrano accusando dolori addominali. Quel pomeriggio stesso viene ricoverata nel reparto di Medicina (extra locata nel reparto di ginecologia per mancanza di posti letto) con diagnosi: “iperpiressia da sospetta infezione alle vie urinarie, micro calcolosi al rene destro”. Il decesso della paziente sopraggiunge la sera del 3 ottobre per un arresto cardiocircolatorio sopraggiunto nel decorso post operatorio di un intervento di peritonite a seguito della perforazione di diverticolo.

Secondo quanto ipotizza la Procura, i medici nei primi due giorni di ricovero non avrebbero eseguito un costante e puntuale monitoraggio ematochimico e strumentale; una sepsi addominale latente sarebbe stata diagnosticata tardivamente nonostante i segnali fossero già evidenti dal 22 agosto. Sintomi quali febbricola, leucocitosi neutrofila, algie addominali diffusi e un notevole incremento della proteina C-reattiva; dati questi, secondo la Procura, che avrebbero dovuto far sospettare la presenza di una sepsi addominale latente difficilmente riconducibile ad una patologia urinaria.

Gli inquirenti imputano ai medici anche la mancata esecuzione di una tomografica computerizzata all’addome dopo il primo e unico esame ecografico dell’addome che avrebbe imposto un simile accertamento; l’esame tomografico fu eseguito d’urgenza solo il 13 settembre, a distanza di 21 giorni dall’unico esame ecografico ed evidenziò un quadro di peritonite tanto da rendersi necessario il 15 settembre l’operazione; nonostante l’intervento si concluse correttamente i medici non riuscirono ad arrestare l’evoluzione del processo infiammatorio diverticolare che portò ad una peritonite diffusa, ad un successivo quadro di insufficienza di più organi ed infine alla morte della paziente per arresto circolatorio.

Negli atti d’indagine sono poi confluiti una consulenza tecnica di parte a firma del dottore Vincenzo Rosini e del dottore Giammario Giustozzi oltre ad una consulenza del medico legale Roberto Vaglio e del professore Carmine Chiumarulo.

In un’aula di Tribunale i medici potranno ora difendersi dalle accuse assistiti dagli avvocati Luigi e Roberto Rella, Luigi Corvaglia, Vito Molfetta e Antonio Candido.