OTRANTO (Lecce) – Una volta preso possesso di Otranto, Ahmet Pascià comincia ad utilizzarla come base per successive incursioni nella penisola salentina, spingendosi sino al Gargano, approfittando anche dei contrasti fra i vari Stati italiani. Inoltre gli Ottomani provvedono a rinforzare le mura della città occupata, in modo da poter resistere ad un assedio da parte delle armate cristiane. Intanto Ferrante d’Aragona stipula la pace con Firenze, che assume l’onere di finanziare le operazioni militari per la liberazione di Otranto, e richiama suo figlio Alfonso, Duca di Calabria, che alla testa di un’armata, muove in direzione della città attraverso l’Abruzzo, mentre il papa Sisto IV proclama la crociata contro gli invasori turchi. Anche il pontefice conclude la pace con Firenze che, in realtà, deve la sua salvezza proprio all’invasione. Nell’alleanza entrano anche Milano, Genova, Ferrara e l’Ungheria, mentre Venezia, che in realtà appoggia l’azione turca, temporeggia adducendo come pretesto la pace da poco conclusa con l’Impero Ottomano.

Dopo aver razziato i territori compresi fra Lecce, Brindisi e Taranto, allarmato dai preparativi bellici degli Aragonesi, Ahmet Pascià lascia ad Otranto una forza di 800 fanti e 500 cavalieri e si imbarca nuovamente, su una settantina di navi, con circa 6 mila uomini, puntando in direzione del Gargano. Il suo scopo è quello di ostacolare e frenare l’avanzata del Duca di Calabria. Il 29 agosto 1480 giunge di fronte a Vieste e la pone sotto assedio, sotto un intenso volume di fuoco dei possenti pezzi di artiglieria. Nonostante la sorpresa e l’eccessiva violenza del fuoco, la cittadina resiste, stringendosi attorno ai capitani Giaime d’Ajerba d’Aragona, Innico de Vera, Carlo Stella, Francesco d’Apruzzo, Diomede della Tolfa e Giulio Antonio Acquaviva. Dopo alcuni giorni di incessanti bombardamenti, i Turchi irrompono nella cittadina e la saccheggiano, devastandola. Inoltre incendiano la chiesa di Santa Maria di Merino, posta poche miglia fuori dall’abitato, ultima vestigia del borgo antico e che custodiva all’interno la Madonna di Merino, da secoli oggetto di culto e di pellegrinaggio.

Nel frattempo una nave proveniente da Otranto, informa Ahmet Pascià dell’imminente arrivo della flotta napoletana, costringendolo a salpare immediatamente, abbandonando Vieste. Lungo il tragitto, tuttavia, vuole ancora una volta saggiare le sue doti predatorie, infatti la mattina del 2 settembre, giunto di fronte a Manfredonia, decide una nuova incursione contro la città ma, questa volta, subsce una dura sconfitta da parte del conte Alberto di Lugo e di un tal Serpencino, che lo ricacciano indietro, catturando anche 200 prigionieri turchi.

Intanto l’idea della crociata fallisce miseramente, infatti, al momento cruciale molti Stati si tirano indietro. A parte Venezia, per i motivi che già abbiamo discusso, Lorenzo il Magnifico, nemico giurato di Ferrante, giunge al punto di coniare una medaglia per celebrare la presa di Otranto da parte di Ahmet Pascià, Bologna può al massimo contribuire all’armamento di una triremi, il sovrano d’Inghilterra si ritira, mentre qualche tenue spiraglio sembra venire dal Re di Francia Luigi XI. Nel frattempo le armate aragonesi arrivano nei pressi di Otranto, ponendo il quartier generale a Sternatia, agli ordini del Duca di Calabria e di Giovanni Antonio Acquaviva, Duca di Atri e Conte di Conversano e Giulianova. Proprio questi, il 7 febbraio 1481, cade in un agguato tesogli dai Turchi nei pressi di Serrano, mentre guida una pattuglia di 12 unità in perlustrazione. Il suo corpo, privo della testa, rimane in sella sul cavallo che lo riconduce indietro a Sternatia, seminando il panico.

La situazione di conflitto tra i vari Stati cristiani perdura per tutto l’inverno, sin quando non giunge, alle menti dei governanti, l’idea che la minaccia turca non debba assolutamente essere trascurata ed è, quindi, necessario finanziare a tutti i costi il Re di Napoli.

L’arrivo della stagione calda contribuisce ad accelerare le operazioni delle armate aragonesi. Il 1 maggio 1481 viene installato il campo nei pressi di Otranto, munito di moderni apparati di difesa, studiati dal francese Pietro d’Orfeo e dall’ingegnere Ciro Ciri, mandato dal duca di Urbino. Contemporaneamente Sisto IV arma cinque galee nel porto di Ancona, ne noleggia più di venti a Genova quindi, il 30 giugno, la flotta del pontefice si riunisce alla foce del Tevere, al comando del genovese Paolo Fregoso, e cinque giorni dopo salpa verso Otranto. A Napoli si congiunge con la flotta partenopea, al comando di Galeazzo Caracciolo, ed alle navi inviate dal Portogallo.

In breve si completa l’assedio con le armate del Duca di Calabria da terra, e le suddette navi dal mare. Intanto, nella notte fra il 3 ed il 4 maggio muore il sultano Maometto II, scatenando una lotta dinastica fra i suoi figli Bayazit e Cem. Ahmet Pascià resta isolato e privo di rinforzi.

Il 23 agosto le forze assedianti scatenano una violenta offensiva, cui i Turchi resistono strenuamente. Al termine dello scontro entrambe le fazioni lasciano sul campo un numero spropositato di vittime. Il successivo 10 settembre Ahmet Pascià accetta le condizioni di resa, consegna Otranto al Duca di Calabria, quindi leva le ancore alla volta di Valona. La città è completamente devastata e dei suoi abitanti ne sopravvivono solo 300.

 

Cosimo Enrico Marseglia