La dimensione economica dell’evasione fiscale in Italia è meno della metà dei costi relativi a sprechi e inefficienze generate dalla Pubblica Amministrazione. In sostanza, lo Stato italiano sperpera 250 miliardi di euro ogni anno, ma continua a pretenderne la metà dalle imprese e dai contribuenti con un ulteriore aumento di tasse. A ben vedere, quindi, non è l’evasione fiscale la vera emergenza nazionale. Nonostante le continue lagnanze nei confronti di cittadini e imprese che non pagano le imposte, ci sarebbe da recriminare dando ragione agli evasori se il motivo per cui non le pagano è il timore che i loro soldi potrebbero subire la stessa sorte degli altri: la dissipazione, il totale scialacquamento delle risorse pubbliche da parte della Pubblica Amministrazione. Ma non posso dare ragione ai presunti evasori per via delle professioni che esercito.

Questi sono giorni frenetici per la nuova maggioranza di Governo PD-M5S. Entro meno di un mese la Commissione europea si aspetta il miracolo per il pareggio di bilancio con la legge di Stabilità per il 2020 e le possibilità di introdurre nuove tasse prendono corpo, nonostante i grillini abbiano giustificato l’alleanza col PD con la volontà di impedire l’aumento delle aliquote IVA.

Se ne sentono di tutti i colori: tassa sulle merende, sulle bibite gassate, sui biglietti aerei, sui prelievi al bancomat oltre i 1500 euro mensili e, addirittura, l’aumento dell’aliquota iva dal 10% al 23% per i pagamenti in contanti dei conti di alberghi e ristoranti. Misura, quest’ultima, proposta dai pentastellati. Ci muoviamo nel grottesco, nel bizzarro.

Ogni volta (cioè sempre) che servono soldi, lo Stato per fare quadrare il bilancio punta il dito contro presunti evasori, contribuenti infedeli che privano i conti pubblici di 110 miliardi di euro di gettito ogni anno, questa la stima. Ragion per cui l’evasione fiscale sarebbe il primo male italiano, la calamità da affrontare per evitare o risolvere tutti i problemi. Peccato che non sia così.

L’Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre, in uno studio pubblicato nei giorni scorsi, la pensa diversamente. L’ente pone l’accento, piuttosto, sulle tante inefficienze della Pubblica Amministrazione che pesano sui conti pubblici per ben 250 miliardi di euro all’anno, cioè più del doppio delle imposte evase. Ovviamente, gli esperti capziosi e faziosi contestano questi dati con la scusa che lo studio non rispetta i canoni del “rigore scientifico”. Ciononostante, non vi è ragione di dubitare di questi dati, che sono davvero allarmanti. Vediamoli nel dettaglio. Solo la burocrazia spreca 57 miliardi l’anno; altri 53 riguardano i debiti commerciali della P.A.; dalle infrastrutture ne arrivano ben 40; anche la giustizia pesa 40, la spesa pubblica 24, la sanità 23,5 e il trasporto pubblico locale 12,5. Osserverete che non esiste nessuno Stato senza inefficienze. È vero, il settore pubblico è così (chissà perché, poi, mi chiedo spesso). Ma queste cifre sono davvero eccessive, pesano tutte sulle spalle dei contribuenti. Ecco perché si cerca di recuperarne almeno una parte dall’evasione.

Se, invece, tali sprechi annullassero, si troverebbero: i 110 miliardi di euro necessari al pareggio di bilancio; quelli necessari a introdurre la “flat tax” al 15% nella versione più estesa, cioè quella con il limite di fatturato fino a € 100.000,00, per la quale servono altri 60 miliardi; quelli necessari all’abrogazione delle leggi Irap e Ires, delle imposte sugli immobili e sulle accise. A quel punto il Mef potrebbe dedicarsi anima e corpo agli evasori. E dall’evasione arriverebbe un gettito utilizzabile per la spesa pubblica che farebbe ripartire l’economia e, nel tempo, aumenterebbe la qualità e la quantità dei servizi. Gli investimenti aumenterebbero con generalizzati effetti espansivi sull’economia.

Perché dobbiamo dirla tutta: la coscienza civica la si deve pretendere, non solo da chi evade le tasse, ma anche da chi spreca il denaro pubblico. Non c’è differenza tra chi evade e chi spreca denaro pubblico. Il rapporto causa ed effetto può sembrare diverso, ma il risultato è lo stesso.

Ed una classe politica che non si renda conto di questo è fuori dalla realtà. In particolare, ciò di cui non si avvede è che tra le varie forme di evasione esiste anche quella “necessaria”, che impera tra le piccole e micro imprese, che costituiscono il 92% del nostro tessuto produttivo, dove spesso si verifica che l’imprenditore non dichiara quanto fattura e il lavoratore occulta una parte del reddito percepito. Diversamente il primo non riuscirebbe a pagare le tasse e il secondo non avrebbe il lavoro.

Poi, come dicevamo, c’è chi evade perché è convinto che le sue tasse andrebbero sprecate. Gli sprechi della sanità, ad esempio, sono la dimostrazione di come una gestione in mano a manager nominati dalla politica produca costi eccessivi e servizi carenti e il cittadino mai accetterebbe che quella stessa classe politica, così sciupona, mettesse le mani in tasca ai contribuenti.

Dulcis in fundo, c’è l’evasione da formazione, educazione, cultura, cioè da parte di chi potrebbe pagare le tasse, ma vi è allergico, i quali non si sognano nemmeno di dissertare sul rapporto tra pressione fiscale e qualità ed efficienza dei servizi erogati dalle Pubbliche Amministrazioni.

Flavio Carlino, Dottore Commercialista e Avvocato a Racale

Premesso che l’evasione fiscale è un principio errato sul piano giuridico, su quello economico andrebbe cambiata la strategia di guerra, non le tattiche per combatterla. Va urgentemente ridotto il carico fiscale al fine di ampliare la base imponibile, sostenendo redditi, investimenti, produzione e consumi; ma, e soprattutto, va ampliata l’area del benessere in modo da far emergere dallo stato di bisogno quanti più cittadini possibile.

Al momento, ciò va detto per onestà intellettuale, nessun governo sarebbe in grado di azzerare gli sprechi. Ovvio. Ci vuole tempo, per due ordini di motivi: primo, perché ogni decisione volta al cambiamento delle abitudini di un popolo ha bisogno di essere compresa ed accettata da esso, soprattutto quello italiano; secondo, perché nel nostro Paese è fin troppo radicata la cultura del clientelismo, sostenuta dalla politica per raccogliere consensi, che spesso fa comodo anche ai cittadini.

Ma, la classe politica inizi col ridurre gli sprechi fino ad azzerarli per liberare risorse che saranno utili a ridurre l’imposizione e a sostenere i consumi e gli investimenti. In tal modo credo si formerebbe una coscienza civica nuova, migliore di quella attuale.

Ma ho la sensazione che se la prima a fare il sacrificio dovrà essere la classe politica, questo articolo non avrà avuto ragion d’essere.