LECCE – Sul palco ci sono giornalisti di lungo corso della carta stampata, anche Mentana e Paolo Mieli, invitati per discutere (davanti al Duomo) del cambiamento dell’informazione: si comincia col mea culpa del mondo del giornalismo per il decadimento che si è verificato. Mancano i giornalisti che rappresentano il mondo del web, quindi il dibattito nasce monco, privo di una voce. Un dibattito parziale. Marco Tarquinio inizia con la stigmatizzazione del sensazionalismo, tuonando contro l’enfatizzazione delle notizie che riguardano l’immigrazione. “Evito di riportare i virgolettati dei politici quando sono marcatamente propagandistici” – spiega. Ancora una volta, nell’ultimo appuntamento delle Giornate del Lavoro della Cgil, aleggia il fantasma di Matteo Salvini: non viene nominato, ma gli attacchi al linguaggio violento e alla violenza della propaganda politica sono tutti rivolti a lui da parte del direttore dell’Avvenire. Il direttore del tg di La 7, Mentana, spiega che “la tabula rasa del digitale”, la disintermediazione, l’aver dato a tutti il diritto di parola col web, ha rispolverato vecchi modi di fare fascisti: “Dopo che tutto è stato risdoganato, è saltata la democrazia dei partiti: tutto è ritornato, incluso il razzismo”.

“È stato sbiellato l’ingresso nella dialettica politica”: le notizie sono dirette su Facebook e la mediazione giornalistica viene fatta fuori. “I giovani pensano che tutto si debba dire in tempo reale, senza riflessione – continua il direttore del tg di La 7 – L’epoca che viviamo porta alla necessità assoluta di garantire l’informazione e di far capire alle nuove generazioni che informarsi correttamente è importante. Nemmeno dopo la Repubblica di Salò sarebbe stato possibile dire cose che in alcuni luoghi sono maggioritarie. La politica non ha ripreso le redini rispetto alla questione della democrazia”. Paolo Mieli, invece, fa la sua lezione sull’informazione classica, dei professionisti che trovano le informazioni essendo pagati e tutelati: “Il guadagno economico è fondamentale: ciò che è gratuito vale poco. Bisogna rivalutare l’informazione di 20 – 30 anni fa”. Anche Mieli, quello che ha inventato il mielismo (protagonista di un endorsement a Prodi col Corriere della Sera), parla di razzismo dilagante (come fenomeno mondiale che rispolvera paure ancestrali) e punta il dito su alcuni programmi sensazionalistici di Rete 4.

Nessuno parla dei finanziamenti pubblici che hanno preso per anni tv e giornali (così è facile essere pagati!) e di come alcuni coraggiosi siti web (esclusi anche dalla torta che i Corecom hanno distribuito per anni a tv locali inconsistenti) facciano il loro lavoro senza soldi pubblici (controllando le notizie e dando informazioni di prima mano) e garantendo il pane quotidiano a chi ci lavora dentro. Sul palco Agnese Pini, direttrice della “Nazione”, accenna al problema dei giornalisti pagati quattro soldi. A chi è bravo non conviene più scrivere su giornali che pagano 4 – 5 euro a pezzo (se va bene dai 7 ai 12 euro al pezzo, anche in alcuni grandi giornali) e ti fanno invecchiare mentre porti l’acqua a quelli che sono riusciti a farsi assumere con una buona dose di fortuna o grazie a un  “santo in paradiso”. Ecco che tanti bravi giornalisti si sono rifugiati sul web, dove c’è anche tanto cattivo giornalismo (come in Tv e sulla stampa, del resto!), ma dove spesso si fa ottimo giornalismo e dove i “giornalisti con la pancia piena” attingono le notizie come da un’Ansa sempre gratuita e piena di “lanci” di prima mano.

”Il giornalismo è perso in parte perché abbiamo fatto la casta e ci sono state differenze tra giornalisti strapagati e chi non percepiva nulla. Il vecchio giornalismo non è stato solo una cosa bella. La questione di fondo è che non sappiamo come sarà il circuito informativo tra 5 anni. Oggi il web è il veicolo principale e ha abituato tutti alla gratuità. Nessuno paga più per i contenuti giornalistici. Se non vediamo questa cosa e ci raccontiamo le ‘cose dell’antiquariato’, non capiamo il mondo nuovo, che è fatto di altre opportunità” – polemizza Mentana, il più condivisibile di quelli sul palco. Il direttore del tg di La 7 chiede di trovare soluzioni nuove per un mondo che è cambiato. La migrazione verso il digitale dev’essere gestita. “Devono essere i giornalisti più anziani a tornare sulla terra” – afferma Mentana. Il direttore di LA7 chiede a tutti i colleghi di darsi una svegliata: “Siamo stati tutelati da contratti ottimi e non siamo stati disponibili a fare nulla per i più giovani. Non si può pagare un euro per tre articoli”. L’invito è quello di trovare dei nuovi modi di reperire risorse per i giornali.

Nessuno nomina Google, YouTube e le grandi piattaforme che utilizzano una mole enorme di notizie giornalistiche e che pagano per la pubblicità (a seconda dei click) che si vede sui siti web o sugli articoli prodotti. Il problema delle nuove tecnologie che stanno cambiando il panorama giornalistico forse non può essere affrontato da alcuni giornalisti troppo legati al mitologico mondo della stampa. La libertà dell’informazione, quindi il diritto ad essere correttamente informati passa per il recupero della dignità dei giornalisti, dal superamento delle diseguaglianze tra giornalisti che prendono “stipendioni” e giornalisti sfruttati nella stessa redazione. Bisogna ripartire dalla garanzia di un pluralismo delle testate giornalistiche che dia a tutti le stesse opportunità e che punti su giornalisti professionisti. Siamo in un far west in cui alcuni percepiscono fondi pubblici e altri che hanno più lettori no (è il caso del web!). Poi, ci sono le scuole di giornalismo, altro argomento da affrontare: roba solo per ricchi!

Insomma, il web, paradossalmente, pur minacciando la disintermediazione, è anche un rifugio di buon giornalismo che può essere un’opportunità. Bisogna capire che un mondo è finito! È necessario mettersi a lavoro per garantire libertà, professionalità e dignità a chi lavora nel nuovo giornalismo. La politica latita! Per quanto riguarda i vecchi giornali, si cominci da lì, garantendo un prezzo minimo ai centinaia di collaboratori sottopagati e senza diritti (mentre nella stessa redazione una decina di giornalisti hanno contratti più che dignitosi). Il web è un paradosso, quasi un ossimoro per il giornalismo: lo ha ucciso con la gratuità e può farlo rinascere. Il web resta la salvezza della nostra professione, sempre se si riusciranno a sfruttare le tante opportunità che offre anche al mondo dell’informazione autorevole.

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