foto di Chiara Rosato

È di qualche giorno fa l’uscita del nuovo singolo Dusty Tapes firmato Andrea Senatore, anticipo del nuovo album dell’artista in uscita il 20 aprile. A sei anni di distanza dal suo ultimo lavoro in studio Vulkan, il polistrumentista, compositore e cantante salentino torna in pista con un lavoro personale, di ricerca interiore e consapevolezza. Héritage, questo il titolo del nuovo disco fuori per ONDE electronic contents, è un viaggio musicale tra arrangiamenti synth-pop e new wave addensato di testi intimisti rivolti al passato e a quello che siamo oggi di riflesso. Un disco in segno di rinascita per un artista da sempre attento e meticoloso.

In attesa di ascoltare gli altri brani in programmazione, Senatore ci ha aperto le porte del suo home studio.

Andrea, in che modo la musica è entrata nella tua vita?

Vengo da una famiglia di artisti. Mia zia era una cantante lirica, mia nonna fu a lungo direttrice artistica della Camerata Musicale Salentina. Avevo anche uno zio direttore d’orchestra, figura chiave della mia formazione musicale. A cinque anni mi regalò quello che sarebbe diventato il mio pianoforte, oltre che una sua bacchetta che conservo ancora oggi gelosamente.

foto di Chiara Rosato

A sei anni da Vulkan, cosa è cambiato in te e nella tua produzione?

Héritage viene fuori da un periodo difficile per me. È un disco dalla gestazione lunghissima ma avevo bisogno di metabolizzare tutto e nei tempi giusti, per poi ricominciare. Ci sono state delle false partenze, ma tanta roba che veniva fuori non mi rappresentava. L’arte non la puoi decidere. Héritage è un disco di rinascita, e di spontaneità aggiungo. Non ho seguito schemi ed è totalmente personale. Se prima ero alla ricerca del giusto vestito per la mia musica, oggi artisticamente mi sento più libero.

Cosa ritieni sacro nella tua ultima produzione?

La destrutturazione della forma standard di canzone, come una scelta di stravolgere e modificare per avvicinare i brani a me, oppure l’utilizzo di certe atmosfere e certi accordi, per me terapeutici. Altro aspetto è stato togliere il superfluo, l’artificiale, fino ad avere solo l’anima della canzone. Questo è un disco minimale, senza troppe sovraincisioni o strumenti. L’intento è di raccontare il fulcro di una storia, il mio concept.

Come sono arrivate le due voci femminili presenti nel disco?

La voce soprano appartiene a mia zia che non c’è più. Ho recuperato un registratore a bobine con dentro la registrazione dopo quarant’anni, l’ho fatto suonare e ho campionato questo viaggio nel tempo di una voce a me cara. Un’emozione che ho voluto a tutti i costi inserire nella title track e in Dusty Tapes, nastri impolverati appunto ma ricchi dei vocalizi

che accompagnano la voce principale di Leila Bahlouri, così incisiva e con delle nuance così mediorientali.

Cosa rappresenta per te Héritage?

Héritage significa retaggio. In questo disco ho racchiuso tutta la mia formazione: persone, luoghi, eredità culturali. Il lavoro vuole essere un omaggio a ciò che mi ha reso quello che sono oggi artisticamente. Non è un autocelebrarsi, piuttosto è la volontà di condividere un presente, una visione umana più matura che può appartenere a tutti. Se è vero che l’ultimo lavoro si percepisce sempre come quello più vicino, Héritage per me è un disco completo ed introspettivo. Suona perfettamente come lo immaginavo.

E il futuro prossimo?

Appena terminata la fase di pubblicazione di Héritage, ci metteremo al lavoro sul tour di promozione. Questa volta sarò da solo a muovermi sul palco, senza band alcuna. È una sfida da affrontare ma non vedo l’ora.