L’avvocato Umberto Leo

SALENTO – Eravamo miopi, siamo ciechi. Tutti gli italiani di medio sentire, nessuno escluso, sono (ed erano) consci della pochezza umana e politica della più gran parte dei componenti il nostro attuale Governo. Nessun italiano riconosce e riconosceva spessore alcuno ad uomini come i Ministri Bonafede, Di Maio, Speranza. Nessuno: nemmeno il Di Maio il Bonafede e lo Speranza medesimi.

Tuttavia, ci siamo abbandonati un po’ tutti al clima di esasperatissima lotta al potere che ha contraddistinto gli ultimi scorsi mesi; clima nel quale, da un lato, le sinistre, ossessionate dalla concreta possibilità di sconfitta, hanno inteso scendere a patti e far tregua con la peggiore manifestazione del non-pensiero politico della storia della Nostra Repubblica, i Cinquestelle; dall’altro, la Lega la Meloni Forza Italia, persuasi di avere la vittoria in tasca, non hanno saputo cogliere né il senso né i segni dei tempi, né ne sarebbero stati, comunque, all’altezza. Così, ci siamo ritrovati con un esecutivo raffazzonato, col vestito puntellato di toppe, sovente più lacere del buco che esse stesse volevano nascondere, e soprattutto disistimato, in primis, dai suoi stessi membri. In siffatto contesto, siamo stati chiamati ex abrupto alle armi, a combattere nel tentativo di disinnescare la bomba atomica sganciata dal COVID-19.

Ma non s’è manifestata la nobilitate. Siamo stati sommersi da formali quanto insulse dichiarazioni, rese, in tutti gli ambiti (dai programmi televisivi, alle conferenze ad hoc indette dal Presidente del Consiglio, passando per le affermazioni rese in occasioni di incontri internazionali), dalle quali è immediatamente trasparsa la certezza della incapacità, della incompetenza, della malizia e della malafede di chi ci governa. Privi di ogni metodo scientifico, orfani di qualsivoglia approccio cartesiano, lontanissimi anche dalla pur minima parvenza di concreta strategia programmatica, i Nostri hanno giocato, e giocano, a “palla fai tu”: tirando i dadi sulle vesti  e sulle carni infette degli italiani.

E mentre il Ministro Di Maio Luigi (un La Qualunque agli Esteri) ci rappresentava al mondo parlando improvvidamente di “coronavairus”, ci è stato detto, dapprima, trattarsi d’una banale influenza, per curare la quale si sarebbe rivelata sufficiente una maggiore attenzione nell’igiene personale. Di poi, che il nostro apparato sanitario era all’avanguardia in Europa e, in quanto tale, avrebbe certamente retto a qualsiasi impatto epidemico. Che, ancora, avendo noi per primi al mondo imposto il divieto dei voli – in entrata ed in uscita – dalla Cina, ogni pericolo di diffusione del male sarebbe stato per ciò stesso scongiurato in nuce.

Tanta la sicumera, da aver fatto trovare ai Nostri, nelle more, tempo e modo di emanare una legge a disciplina delle intercettazioni telefoniche in campo penale. Poi, a pioggia, una sequela di decreti, ed una pletora di modelli di “autodichiarazione” che ha privato ogni singolo provvedimento di cogenza sociologica: il destinatario non crede più alla loro portata salvifica, né alla loro utilità. Con o senza autocertificazione, per le  vie d’Italia si circola più o meno liberamente. Il Presidente del Consiglio annaspa a tentoni, tenendo discorsi che come pochi brillano per l’assenza di contenuto di sorta.

Le carceri pullulano di detenuti, inumanamente assiepati in polveriere virologiche, e non ci si dà pena di programmare un provvedimento che quelle carceri svuoti, almeno dei ristretti per i reati meno socialmente aberranti. Le aziende agonizzano, in attesa di sapere di che morte dovranno morire; e l’Unione Europea, miserrima, ci volta le spalle proprio nell’ora più difficile a trascorrersi. Dopo venti giorni di imposta quarantena, ed a distanza di due mesi dalla proclamazione ufficiale dello stato di emergenza, continuiamo a contare i morti in molte, troppe migliaia, nella certezza che il novero aumenterà ancora, e ragguardevolmente.

Molti hanno perduto amici, parenti, congiunti cari, senza poterne nemmeno salutare la salma; ed io non sono capace di comprendere il dolore dei vedovi, dei padri dell’unico figlio, dei più mestamente soli. Epperò, la migliore intellighenzia italiana assume si tratti di un’incapacità sovranazionale, e consiglia di guardare oltralpe, onde ci si renda conto che gli altri governi non stanno facendo meglio del nostro. Ci si invita, insomma, a ritenere migliori i Nostri, giacché – mi affido ad un esempio forse dissacrante, mutuato dal diritto – rei soltanto di spacciare singole dosi di menzogna, mentre la Francia la Spagna la Germania e l’Inghilterra sarebbero governate da uomini associati per la commissione di una serie indeterminata di atti di mendacio.

Che gloria ne traggo se, in un anelito di autogiustificazione, a cagione della gravità del delitto altrui, mi assolvo dal reato minore, pure da me commesso? Ed allora, mi permetto un pensiero, agli estremi della modestia. Se sin dall’inizio, quando era già prevedibile, si fosse compresa – come pure era stato suggerito – la portata devastante del male che oggi ci ammorba, se si fosse sin da subito provveduto alla chiusura di ogni attività, se si fossero istituiti centri pubblici, militarmente presidiati, per la distribuzione di generi di veramente primaria e non altrimenti soddisfacibile necessità, e si fosse ordinato a tutti gli italiani di rimanere irrimediabilmente chiusi in casa, con la sola facoltà , per un singolo componente di ogni nucleo familiare, di recarsi presso detti centri per approvvigionarsi di viveri e medicinali, avremmo avuto certamente meno occasione di contagio e, quindi, meno decessi.

Purtroppo, oggi non c’è tempo per sostituire il Governo: tutto è rimesso, come sempre, alla impareggiabile statura del Popolo Italiano. Mentre prego la SS Vergine Maria, Mater Dolorosa, comprendo che dobbiamo ricoverarci sotto le grandi ali della Misericordia e del Perdono di Dio; e la figura del Sommo Pontefice, che, solo, con incedere incerto, attraversa la smisurata piazza antistante la Basilica di San Pietro, mi pare rifletta l’immagine di ogni italiano: solo, in ginocchio, davanti alla propria croce. “Miseri noi| Che siam se Iddio ci lascia?”.

(V. Alfieri, Saul, atto I, scena I)

Avv. Umberto Leo