Il virus sembra stia mutando così come la sua capacità di infettare (fino a oggi molto alta). L’R0 che tanto abbiamo sentito nominare in questi mesi (e cioè il “numero di riproduzione di base” che rappresenta il numero medio di persone alle quali una persona infetta può trasmettere il virus), sta calando e il plasma, cura partita da Mantova grazie al dottore De Donno (che tra l’altro è un salentino) sta funzionando sui malati Covid; questa cura che è già partita a Bari, tra pochi giorni ci sarà anche nel Salento. Un buongiorno così forse non lo abbiamo mai avuto, almeno negli ultimi due mesi.

Ma cos’è il plasma e come si ottiene? Possono donarlo tutti? Come viene somministrato? Quanto costa? Si avrà anche nel Salento? Lo abbiamo chiesto ad Angelo Ostuni, già responsabile del Centro Trasfusionale del Policlinico di Bari, oggi direttore della Struttura Regionale di Coordinamento della Medicina Trasfusionale della Puglia.

Partiamo da un concetto – spiega il direttore Ostuni –  il plasma è una parte del sangue che viene donata e questo avviene su base volontaria. A Bari la sperimentazione è partita martedì. Bari partecipa allo studio insieme a Pavia, Lodi, Padova, Pisa, Novara. Come regioni per il centro c’è il Lazio, per il sud la Campania e Abruzzo, andando ancora più a sud, solo la Puglia. Io parlo per la Puglia e ci tengo a precisare che questo è uno studio multidisciplinare perché collaborano tanti professionisti ed è una cosa molto importante. La Puglia coinvolge diversi ospedali della regione, una grande collaborazione per molti specialisti”.

Il Plasma utilizzato in Puglia arriva da fuori o è dei donatori pugliesi?

“Sono donatori pugliesi. Martedì è iniziato lo screening preliminare con candidati donatori che vengono convocati su base volontaria, si tratta dei primi pazienti risultati guariti all’infezione da Sars-CoV-2, disponibili a donare il plasma. Al momento sono i nominativi inviati dai colleghi che hanno avuto pazienti in cura reparti Covid del Policlinico di Bari, sono stati convocati 14 donatori. Abbiamo già effettuato i prelievi di sangue per verificarne l’idoneità alla donazione”.

Quanto tempo passa dal prelievo di sangue da parte del donatore alla conferma della sua idoneità a donare?

“Quando arriva il donatore si fa l’anamnesi e si verifica l’idoneità del paziente, una volta fatto il prelievo si inviano i campioni nei centri interessati, in 6 giorni circa arriva l’esito di ogni campione. Dopo di che si valutano tutti i test e si mettono insieme tutti i dati e si decide l’idoneità della donazione di plasma”.

Come e dove viene lavorato il plasma in Puglia?

“Una volta effettuato il prelievo, vengono inviati alcuni campioni in diversi centri. C’è da precisare che i controlli sono estremamente rigidi e il sangue deve superare numerosi test. I test che si fanno in occasione della donazione devono essere verificati. In biologia molecolare si effettua la ricerca di altri virus come quelli di Epatite A; Apatite E – Parvovirus b19, che sono aggiuntivi a quelli già che si fanno di base e che sono obbligatori e che si eseguono per durante la donazione di sangue, plasma e piastrine da parte dei donatori sani. Quindi, una volta effettuato il prelievo dai candidati donatori, una parte dei campioni viene inviato al laboratorio di microbiologia dell’azienda ospedaliera di Padova, che ha una convenzione con il nostro policlinico; un’altra parte del test si esegue in altri in laboratori all’interno di centri trasfusionali e un’altra ancora nei centri di qualificazione biologica degli emocomponenti. Abbiamo il Vito Fazzi per il Salento, il centro trasfusionale San Paolo a Bari e centro trasfusionale degli Ospedali Riuniti di Foggia per il nord della Puglia. Dopo la donazione effettiva, il plasma viene sopposto alla procedura di inattivazione virale, dopo di che viene congelato a -80 gradi, questo processo avviene in un’ora, successivamente le sacche di plasma vengono conservate a -40 gradi. Il plasma iperimmune ha un’etichetta diversa dalle altre sacche di plasma, così come ha una tracciabilità diversa in un percorso sicuro perché deve essere tracciato e validato. Perciò il plasma donato dai pazienti guariti da Covid-19 deve e può essere utilizzato esclusivamente per pazienti Covid 19”

Come funziona una volta somministrato all’interno nell’organismo?

“Si tratta di immunoterapia passiva, cioè non è il ricevente che sviluppa anticorpi, ma li riceve. E’ come se somministrassimo le immuglobuline. Questa tecnica in realtà non è affatto nuova, è stata utilizzata anche durante l’epidemia da Ebola e anche quando c’è stata Sars. Questa volta sono partiti i cinesi, ma oggi, oltre che l’Italia anche gli Stati Uniti hanno cominciato con la donazione di plasma per plasmafaresi”.

 Cosa significa per plasmafaresi? Che il donatore dona solo una parte del sangue?

“Esatto. Attraverso un separatore cellulare siamo in grado di prelevare solo il plasma e di restituire al donatore globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Nel plasma ci sono le immunoglobuline, sono quelle che servono”.

Qual è la percentuale di soggetti guariti che possono donare il plasma?

“E’ una buona domanda, perché stiamo parlando di una percentuale che non è nota. Per esempio le pazienti guarite che nella loro vita hanno avuto gravidanze o anche solo interruzioni di gravidanza non possono donare il plasma a scopo terapeutico (plasmaiperimmune). Questo perché tutte le donne in gravidanza è possibile producano anticorpi particolari, e questo insieme di proteine può determinare una reazione trasfusionale anche molto severa. Le donne donatrici sane che donano plasma naturalmente ci sono, ma il loro plasma non è utilizzato per uso clinico, trasfusionale, ma lo si invia alle industrie che ne ricavano albumina, immunoglobuline e fattori coagulazione. Poi c’è un altro aspetto e cioè che non tutti i soggetti guariti producono la stessa quantità di anticorpi neutralizzanti, cioè efficaci e attivi contro questo virus. La possibilità di donare il plasma dipende anche dalla quantità di anticorpi sviluppata. Non mi faccia la domanda sul perché non tutti i soggetti sviluppano un numero adeguato di anticorpi tanto da donare il plasma, perché, come spesso abbiamo ripetuto in questi mesi, questo virus è nuovo e a oggi non è ancora chiaro perché c’è questa diversa risposta immunitaria”.

Il plasma può essere somministrato a chiunque risulti positivo al test? Cosa prevede il protocollo?

“Tutti i protocolli finora approvati dai comitati etici sono stati studiati e approvati su pazienti con una malattia di grado severo. Alcuni protocolli sono stati completati, altri no. Ricordiamo che questo studio rientra sempre nella condizione del fatto che si tratta uno studio sperimentale. Il primo si è chiuso a Pavia e ha arruolato i pazienti previsti, ma i risultati non sono ancora stati pubblicati e vedremo qual è il responso. E’ opportuno sottolineare che fin qui tutti i protocolli hanno previsto la terapia con il plasma come terapia complementare a quella farmacologica già in uso, con clorochina, eparina, cortisonici etc…”

 E in Puglia cosa prevede lo studio sul plasma?

“Dobbiamo tener presente che un protocollo clinico sperimentale c’è ed è quello. In sostanza noi dobbiamo verificare l’efficacia del plasma nella cura dei pazienti. In Puglia è stato stabilito il numero dei pazienti da arruolare, in base alla valutazione statistica, saranno arruolati circa 40 pazienti, che non sono pochi, poiché i pazienti ricoverati sono pochi, soprattutto quelli che si trovano in terapia intensiva. Per ottimizzare il plasma per questi pazienti abbiamo bisogno di circa 80-100 donatori, quindi il rapporto è quello di 1 a 1,5-2. Cioè di 1 malato a 1,5-2 donatori”.

Che rischi ci sono nella somministrazione del plasma in questo protocollo?

“Non ci sono rischi per i pazienti donatori e i rischi sono molto limitati per i riceventi. Ricordiamo che i controlli sono estremamente rigidi”.

Questo tipo di studio coinvolgerà altri ospedali in Puglia?

“Naturalmente sì, il protocollo regionale ed è in corso di approvazione da parte di comitati etici individuati e presto sarà coinvolta tutta la rete ospedaliera degli ospedali Covid in Puglia, dalla capitanata al Salento. Una volta ricevuta l’approvazione da parte del comitato etico, anche questi ospedali potranno arruolare pazienti con le caratteristiche adeguate per procedere con lo screening ed, eventualmente, con la donazione”

Se il protocollo sperimentale darà esito positivo, il “plasma da convalescente” sarà prodotto dalla Kebrion come la stessa ha annunciato?

“In Italia sono ammesse alla lavorazione nel plasma 5 aziende. La Puglia ha un accordo interregionale (con Emilia Romagna; Sicilia e Calabria) con la Kebrion che, a sua volta, per la raccolta e la lavorazione del plasma, ha raggiunto un accordo con la società Grifols per ottenere tutti i medicinali plasmaderivati. Per la Puglia è così”.

Quanto costa questa cura?

“Altra domanda alla quale al momento è complicato rispondere. Partiamo da qui: non è a costo zero. Il centro nazionale sangue ha in corso di valutazione le realizzazione del prodotto perché ci sono una serie di passaggi che prevedono l’intervento di operatori sanitari, tecnici, medici e infermieri; personale insomma. Il costo sarà valutato man mano che si andrà avanti con lo studio e una volta che il sistema di produzione sarà convalidato”.

Chi guarisce grazie alla somministrazione di immunoglobuline, può diventare a sua volta un donatore?

“Tutte le persone che hanno avuto l’infezione, indipendentemente dal tipo di terapia, possono sviluppare gli anticorpi e quindi possono essere potenziali donatori. Quindi questi guariti da Covid potrebbero esserlo, ma in realtà no. Le spiego perché: tra i motivi di esclusione dalle donazioni ci sono i pazienti che hanno subito trasfusioni in un periodo recente. Di solito negli ultimi 4 mesi. E in questo particolare caso i tempi non ci sono”