Franco Amati

LECCE/TREPUZZI –  Travolse e uccise Franco Amati, il pasticciere leccese di 67 anni, sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. E anche nel processo bis l’accusa rimane sempre la stessa: omicidio volontario. Seppur con una parziale riforma della sentenza. I giudici della Corte d’assise d’appello di Taranto hanno infatti ridotto da 20 a 18 anni di reclusione la condanna a carico di Andrea Taurino, il 38enne originario di Trepuzzi. In attesa di conoscere le motivazioni è plausibile che la Corte abbia accolto la richiesta subordinata del sostituto procuratore generale che aveva sollecitato il riconoscimento del dolo eventuale e non diretto a carico dell’imputato. Anche perché a Taurino, sempre detenuto, non sono state riconosciute attenuanti. Va da sé che la sentenza confermi i risarcimenti dei danni già stabiliti in favore dei familiari della vittima assistiti dagli avvocati Diego De Cillis e Gaetano Stea.

Ci aveva creduto, invece, la difesa dell’imputato in una riqualificazione del reato di omicidio volontario in quello più blando di omicidio colposo dopo che la Corte di Cassazione, nel giugno scorso, aveva annullato la condanna a 20 anni di reclusione a carico dell’imputato. E nel nuovo processo, regredito per la seconda volta in Appello, era stata anche disposta una perizia superpartes per stabilire l’esatta dinamica dell’incidente affidata all’ingegnere stradale Antonio Vernaleone. D’altronde l’iter giudiziario è stato piuttosto complesso. In primo grado Taurino era stato condannato all’ergastolo con l’accusa di omicidio volontario aggravato dall’uso di sostanze stupefacenti e di tentato omicidio e lesioni personali (tutti reati aggravati) per il ferimento di un comagno di bici del pasticciere, Ugo Romano, oltre che di ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. In Appello,  la condanna venne ridotta a 20 anni mentre la Corte di Cassazione annullò la sentenza. Da qui un nuovo processo d’appello.

I due ciclisti percorrevano in via Monticelli nella marina di Casalabate, un’arteria solitamente frequentata dagli amanti della bicicletta. Improvvisamente i due amici sarebbero stati sorpassati a velocità piuttosto sostenuta da una Fiat 500. Dopo un battibecco, Taurino avrebbe effettuato un’improvvisa inversione di marcia investendo la coppia di amici a forte velocità per poi scappare senza prestare soccorso. Amati perse la vita sul colpo mentre l’amico rimase ferito. Le indagini dei carabinieri del Nucleo Investigativo, (guidati dall’allora capitano Biagio Marro), supportati dai colleghi della stazione di Squinzano (agli ordini del luogotenente Giovanni Dellisanti) consentirono di risalire all’automobilista arrestato poche ore dopo. Il giovane, dal passato turbolento, confessò nel corso dell’udienza di convalida di aver fatto uso di eroina solo poche ore prima e di convivere con uno stato di tossicodipendenza ormai cronico. Gli esami sui campioni di sangue confermarono la presenza di oppiacei e di cannabinoidi.

Sia il Tribunale del Riesame che la stessa Cassazione, nel corso delle indagini, si pronunciarono sulla qualificazione giuridica del reato. E hanno sempre confermato l’accusa più grave. Così come nel nuovo processo d’appello. L’avvocato difensore Marco Pezzuto, però, non appena verranno depositate le motivazioni della sentenza, proporrà un nuovo ricorso in Cassazione per ribadire la tesi dell’omicidio colposo per rimarcare l’inattendibilità delle dichiarazioni del sopravvissuto Romano su cui si fondava la consulenza della Procura nella ricostruzione della dinamica dell’incidente. In più non vi sarebbe stata mai l’intenzione dell’automobilista di ammazzare e neppure un movente. Taurino, per la difesa, era impegnato in un’attività di ispezione dei propri fondi; era abbagliato dal sole e le sue capacità fortemente condizionate dall’assunzione di eroina. Inoltre dubbi erano stati sollevati sulla velocità tenuta da Taurino a bordo di una vecchia utilitaria che, per le condizioni precarie, non poteva mai e poi mai procedere a 140 km/h limitandosi alla scheda tecnica della casa automobilistica.