LECCE – Un sodalizio emergente ed agguerrito, armato e pericoloso, capace di sostituirsi allo Stato quando i cittadini chiedevano il suo aiuto. Un gruppo criminale strettamente collegato al clan Tornese di Monteroni, in cui le quattro figure di riferimento occupavano persino il posto dei punti cardinali di una “Rosa dei venti”, che uno degli arrestati aveva tatuata sul braccio, per marchiare sulla pelle la sua appartenenza al clan.

È di ventidue arresti – tutti eseguiti all’alba – il bilancio dell’operazione “Armonica”, con cui i carabinieri del Ros e del comando provinciale di Lecce hanno smantellato il gruppo facente capo al carmianese Fernando Nocera, già condannato per 416 bis e ritenuto il referente del clan Tornese su Carmiano e dintorni, in cui leve emergenti agivano a stretto contatto con figure di riferimento degli altri clan, imponendo il proprio controllo sul territorio attraverso lo spaccio di droga, le estorsioni e le intimidazioni.

Le ordinanze di custodia cautelare – emesse dal gip del Tribunale di Lecce Cinzia Vergine, su richiesta del pubblico ministero Valeria Farina Valaori della Direzione distrettuale antimafia del capoluogo salentino – hanno interessato complessivamente 22 persone, accusate a vario titolo di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione e porto abusivo di armi, estorsione e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso.

In carcere sono finite diciotto persone: Fernando Nocera, Andrea Arnesano, Stefano Ciurlia, Livia Comelli, Davide Conversano, Matteo Conversano, Massimo Coppola, Giuliana Cuna, Alessio De Mitri, Daniele Esposito, Marcello Fella, Stefano Garofalo, Andrea Luggeri, Diego Pellè, Gabriele Pellè, Francesco Bruno, Graziano Tondi e Andrea Visconti. Ai domiciliari le restanti quattro: Nico Lealtro Martena, Fabio Spagnolo, Pietro Spalluto e Gabriele Tarantino. Risultano invece indagati a piede libero Francesco Carrozzo, 34enne residente a Magliano; Massimiliano D’Arpa, 28enne residente a Carmiano; Giuseppe Paladini, 52enne residente a Carmiano; Torquato Pati, 39enne residente a Monteroni di Lecce; Roberto Spedicato, 54enne residente a Gallipoli.

Il clan smantellato dai militari era attivo nelle zone di Monteroni di Lecce, Carmiano, Leverano, Veglie, Novoli e Porto Cesareo e – riferiscono gli investigatori – possedeva tutti i crismi dei più blasonati ed affermati gruppi criminali locali, come il sostegno economico reciproco degli affiliati finiti in guai giudiziari, la spartizione dei proventi e la capacità di generare “consenso sociale”, sostituendosi alle Istituzioni nel rintracciare la borsetta rubata ad una cittadina che si era rivolta al clan, per ritrovare ciò che le era stato portato via da uno scippatore.

Le indagini dei carabinieri abbracciano il periodo che va dal novembre 2017 al luglio 2018, durante il quale gli investigatori dell’Arma hanno riscontrato l’esistenza del sodalizio retto dal Nocera, che avrebbe tenuto le redini del gruppo criminale emergente anche dal carcere, dove fu ristretto nel gennaio 2018 per un carico di hashish dal Napoletano, affidandosi ad alcune missive che venivano veicolate dalla moglie Livia Comelli e da Giuliana Cuna, con la quale Nocera aveva una relazione. Alcune lettere sono state trovate stamattina, durante la perquisizione in casa della Cuna.

L’arresto del capoclan Nocera, è stato verificato nell’attività investigativa, ha segnato inoltre il passaggio del testimone ai fratelli Davide e Matteo Conversano, entrambi incensurati, quest’ultimo titolare di una gioielleria, che svolgevano ruoli direttivi col sostegno criminale del leccese Gabriele Pellè, già condannato per l’appartenenza al clan Cerfeda.

Nel periodo di riferimento non sono emersi collegamenti con le amministrazioni locali, ma una serie innumerevole di episodi di spaccio (la droga veniva fornita anche dal clan Tornese, per mezzo del monteronese Saulle Politi, al quale il gruppo di Nocera era considerato attiguo) nonché estorsioni ad imprenditori e commercianti, ordigni esplosivi ed incendi d’auto. Tra gli attentati contestati, anche il rogo della Renault Megane del comandante dei vigili urbani di Arnesano, data alle fiamme dal carmianese Marcello Fella, 59enne, soprannominato il “Tedesco”. Il motivo del raid incendiario, non compiuto per conto del clan, sarebbe stato individuato in ragioni di natura personale.

Non marginale sarebbe stato il ruolo delle donne del clan, che avrebbero ricoperto, invece, quello di protagoniste all’interno del gruppo criminale, non soltanto veicolando agli affiliati le lettere e i “pizzini” che il Nocera inviava dal carcere, ma partecipando attivamente all’associazione, organizzando le riunioni tra gli appartenenti ed interloquendo anche con altri gruppi criminali. Come fecero in occasione del furto subito in casa dal Nocera, quando alcuni esponenti del clan Tornese manifestarono le proprie rimostranze per l’episodio, quasi a volere sottolineare l’incapacità del gruppo di controllare il territorio, e la moglie del capoclan minimizzò l’accaduto ed il danno subito. Le ordinanze – come detto – sono state tutte eseguite: il capoclan Nocera è stato arrestato a Porto Cesareo, dove si trovava ristretto ai domiciliari. Non ha opposto resistenza.

“Il sodalizio criminale – ha spiegato il tenente colonnello Gabriele Ventura, comandante dei Ros di Lecce – agguerrito e coeso, aveva superato brillantemente l’iniziativa giudiziaria che aveva coinvolto Nocera ed altri nel luglio 2018, con l’operazione Labirinto, della quale l’indagine odierna rappresenta il suo naturale proseguimento”. “La Sacra Corona Unita, infatti – ha sottolineato il colonnello Giancarlo Scafuri, vicecomandante dei Ros, presente in conferenza insieme al colonnello Paolo Dembech, comandante provinciale dei carabinieri di Lecce, ed al tenente colonnello Pasquale Montemurro, comandante del Reparto operativo – è un’organizzazione criminale di altissimo livello, che deve essere contrastata con un’azione costante e strategica nel tempo”.

L’aspetto più preoccupante, tuttavia, è rappresentato dal fatto che alcuni cittadini si siano rivolti al gruppo criminale per ottenere la restituzione del maltolto, anziché informare polizia e forze dell’ordine. Il colonnello Dembech lancia un appello: “Invito i cittadini a rivolgersi allo Stato e all’Arma dei Carabinieri. Bisogna denunciare immediatamente questi episodi, perché si tratta di fattispecie delittuose che, se non perseguite nell’immediatezza, rischiano di sviluppare ulteriori dinamiche, più difficili da contrastare”. Gli indagati sono difesi, tra gli altri, dagli avvocati Stefano Prontera, Angelo Vetrugno, Gabriele Valentini, David Alemanno, Giovanni Erroi e Cosimo D’Agostino.