Secondo il Wiedmann, Giovanni Andrea Coppola (1597 – 1659) realizzò quest’opera nel corso del 1654. A Gallipoli, nella prima metà del XVII secolo, la costruzione della nuova Cattedrale divenne l’impresa in cui si manifestò la munificenza della nobiltà colta, che vide in essa la possibilità di lasciare un segno tangibile del suo attivismo e della propria egemonia culturale.

In questa impresa un interprete fondamentale fu il Coppola.

Con atto del 22 dicembre del 1653 venne concesso a Giacomo De Marco il patronato del secondo altare della navata sinistra ed è presumibile che il soggetto sia stato indicato dallo stesso committente, lasciando la responsabilità della formulazione iconografica all’artista[1].

È circostanza singolare e paradigmatica che il medico Giovanni Andrea Coppola, anche illustre artista, abbia scelto di rappresentare San Francesco di Paola quale santo guaritore delle sofferenze umane.

Il Coppola, laureatosi in medicina a Napoli, risaltò la condizione che per alcuni mali non vi fosse altro rimedio che il ricorso ai poteri taumaturgici del Santo.

Il riferimento al modello del Santo dei Prodigi intendeva far comprendere alla popolazione che le virtù dei Santi hanno del divino, poiché s’innalzano di gran lunga sopra la natura.

Nella parte inferiore del dipinto, in un contesto dall’architettura classica, su una scalinata ove si accalca una gran folla, tra gli archi del portico, va in scena la disperazione con il suo carico di dolore.

Si invoca a gran voce la figura del Santo, a cui si chiede un intervento miracoloso, mentre un gruppo di donne si prende cura di una giovane madre, ormai colpita dal pallore della morte.

Una di esse cerca, con forza, di allontanare il suo bambino per evitare il rischio di un contagio.

È un chiaro riferimento simbolico all’epidemia di peste che colpì due città francesi, liberate provvidenzialmente dall’intervento del Santo.

Nel maggio 1482 San Francesco di Paola arrivò al castello di Plessis-duParc, dov’era ammalato il re Luigi XI. Nel suo passaggio in terra francese liberò gli abitanti di Bormes e Frèjus da una terribile epidemia di peste, che mieteva vittime da vari mesi.

Dopo la morte di Luigi XI, il frate, che viveva in una misera cella, chiese di poter tornare in Calabria, ma la reggente Anna di Beaujeu e poi anche il re Carlo VIII (1470-1498) si opposero, considerandolo loro consigliere e direttore spirituale.

In quel quadro, di straordinaria bellezza ed intensità, si coglie viva e luminosa tutta la speranza di risorgere di un popolo.

 

[1] Sulle opere e la biografia dell’artista, rinvio, nella vasta letteratura, al prezioso lavoro di Lucio Galante, Giovanni Andrea Coppola “picturae perquam studiosus“, Mario Congedo Editore, 2011.