È interessante sia dal punto di vista culturale, sia da quello storico-locale, l’argomento Il vescovo Pappacoda e la stampa a Lecce nel Seicento’ trattato nella tesi di laurea magistrale in Scienze religiose da Antonella Perrone. Relatore la prof.ssa Lorella Ingrosso.

Luigi Alessio Pappacoda, patrizio napoletano, si insediò a Lecce nel dicembre del 1639. Con la sua nomina a vescovo, sin da subito, si avvertì nella città la tendenza ad un rinnovamento della vita religiosa-istituzionale della diocesi, nella quale le indicazioni del concilio tridentino non avevano trovato mai applicazione, a causa dell’inefficacia del lungo governo dei suoi predecessori, Saraceno e Spina.

Ad aggravare la situazione contribuiva lo scarso livello culturale dell’ordine sacerdotale. Nel 1641 nella diocesi di Lecce vi era in media un sacerdote ogni 60 abitanti. Inoltre, la metà del clero non era capace di leggere correttamente o di interpretare una pericope del Vangelo; il 95% ignorava la filosofia e la teologia e conosceva solo qualche regola grammaticale; appena il 25% conosceva il gregoriano e i più anziani, addirittura, ignoravano le formule dell’assoluzione e le preghiere da recitare a memoria durante la messa. Mons. Luigi Pappacoda, napoletano dei marchesi Pisciotta, uomo energico e forte, riordinò la diocesi di Lecce secondo le disposizioni tridentine, ricoprendo un ruolo da protagonista nella vita politica, sociale e culturale della sua città. Il suo programma interessò ogni settore della società ecclesiale e civile, dalla cultura all’arte sacra all’economia. Inoltre sotto il suo governo Lecce ottenne dalla Sacra Congregazione dei Riti, il 13 luglio 1658, il patronato di sant’Oronzo, Fortunato e Giusto, ritenuti i protettori della città dalla peste. Il suo episcopato, durato trentuno anni, permise alla città di Lecce di riacquistare la centralità perduta. Pappacoda morì ottantenne il 20 settembre del 1670. Fu sepolto nel sottocorpo della cattedrale. Bernardino ed Ignazio Belli, canonici della cattedrale e patrizi leccesi, gli levarono un mausoleo nella parte laterale della cappella di sant’Oronzo.

Mons. Pappacoda ebbe un ruolo rilevante nella riorganizzazione della città. Riuscì inoltre ad ottenere i favori della nobiltà locale, imponendosi anche nel panorama editoriale e culturale leccese. Durante il suo governo, Lecce appare culturalmente isolata e lontana non solo dall’Europa, ma anche da Napoli. In città non giungevano le novità editoriali delle aree inglesi, olandesi, francesi. Pappacoda riteneva le figure professionali legate alla sfera dell’editoria, in particolare il tipografo Pietro Micheli, una spina nel fianco nel processo di tridentinizzazione. Nulla si produceva fuori dal contesto della cultura ufficializzata e riconosciuta con l’imprimatur del 1659. Il 1° gennaio del 1660, Pappacoda emanò l’editto De non legendis libris prohibitis, pubblicato nel 1669 nell’Appendix delle sue costituzioni sinoidali del 1663. Con tale editto attuò un ferreo controllo sui circuiti culturali e librari della diocesi. Il documento, ricordando che l’uomo può diffondere idee ereticali in seguito la lettura di libri proibiti, ordinava che si catturassero tutti coloro in possesso di materiale librario non autorizzato. Il divieto colpiva in particolar modo i libri di astrologia e quelli di natura alchemico-esoterica e mantica, i trattati riguardanti la scienza zodiacale. Inoltre si suggeriva di tenere in casa una copia del nuovo indice (quello alessandrino del 1665) con gli editti del Sant’Uffizio, Super novorum librorum prohibitione, sottolineando che, l’eventuale possesso di testi vietati per non conoscenza degli editti, non avrebbe sottratto il detentore dalle sanzioni previste, al riguardo, dal Concilio di Trento.

Il già rigido clima leccese venne colpito da un altro provvedimento emanato da Pappacoda nel 1669. L’editto Instructio pro Typographis, Impressoribus et Bibliopolis regolamentava con restrizioni il ‘difficile settore’ della stampa. La normativa obbligava ogni tipografo a non stampare e di conseguenza diffondere alcun libro che non fosse stato visionato dal Vicario generale o dal gruppo di esaminatori preposti. L’editto imponeva agli esaminatori, nel corso della correzione e della revisione, di presentare la massima attenzione anche a ciò che poteva trovarsi insidiosamente occultato. Superati i controlli previsti, il tipografo aveva la facoltà di presentarlo e venderlo al pubblico. Era obbligatorio indicare nella prima pagina del libro, il nome, il cognome e la patria dell’autore o, in caso di opere stampate anonime per qualche legittimo motivo, il nome dell’esaminatore. Si vietava inoltre agli stampatori di inserire immagini oscene e turpi. Lecce, nell’età Pappacoda, ha subito un duro processo di clericalizzazione della cultura, sottomessa al potere. Solo nel ‘dopo Pappacoda’, la città ritrova un’attività culturale in fermento e in opposizione all’autoritarismo dogmatico. Significativa è a tal riguardo l’Accademia degli Spioni, che introdurrà, sulla scia dei napoletani Investiganti, il pensiero sperimentale come affermazione dell’atto di libertà intellettuale nei confronti ‘dell’antico e del dogma’. Giovanni Cicinelli, fondatore di questa Accademia, pubblicherà nel 1672 la Censura del poetar moderno, primo e autorevole manifesto salentino contro la poesia barocca.

Fatta la legge, trovato l’inganno, si dice. Infatti, nonostante le rigide norme della censura, esisteva una forte concorrenza tra mercato legale e illegale, grazie all’adozione di una serie di espedienti. Divieti e permessi, censure preventive e repressive divennero così complesse e confuse da favorire la circolazione manoscritta clandestina e di ‘macchia’, delle opere ritenute più pericolose e compromettenti, come la Clavicula Salomonis, il testo di magia più diffuso fra Medioevo e Rinascimento, pe il cui possesso fu accusato di negromanzia Giovanni Andrea Rosello, studente di medicina di Ruvo, domiciliato a Napoli.

Per quanto riguarda la città di Lecce, le cronache del tempo riportano due notizie che rendono ancora più chiaro il clima di repressione che qui si respirava. La prima, nel 1634, «a 26 ottobre i soldati di campagna andarono in casa del clerico Paduano Lucesano e presero un baule di libri sotto pretesto che aveva l’alchimia»; la seconda, il 1° maggio del 1638 «nella Chiesa Cattedrale di Lecce, sopra di un palco, si lesse la sentenza […] contro Francesco Groscio qual è libraro e notar Pietro Antonio Vernaleone napoletano commorante in Galatina quale li condannava a tre anni di carcere».

Così come afferma Cicerone. «non sapere che cosa sia accaduto nei tempi passati, sarebbe come restare per sempre un bambino. Se non si fa uso delle opere delle età passata, il mondo rimarrà sempre nell’infanzia della conoscenza». La storia locale, in particolare, è custode della memoria del territorio. Riportarla alla luce, permette di recuperare le nostre radici nella e per la costruzione di un’identità del territorio più matura e consapevole.

Manuela Marzo