Il 4 gennaio 1960 Albert Camus muore in un tragico incidente d’auto a Lourmarine in Provenza. Nella borsa che lo scrittore porta con sé, viene ritrovato un manoscritto non ancora terminato. Appresa la triste notizia, Sartre, su France-Observateur, scrive:
« Pour tous ceux qui l’ont aimé, il y a dans cette mort une absurdité insupportable. Il faudra apprendre à voir cette œuvre mutilée comme une œuvre totale».
Per questa ragione, Catherine, la figlia di Albert, con amore infinito, provvede a decifrare la piccola, ed a tratti incomprensibile, scrittura del padre. Nasce così nel 1994 ” Le Premier Home” (Il Primo Uomo), l’ultimo capolavoro del Premio Nobel Albert Camus. E’ un’intensa confessione da cui traspare la travagliata personalità dello scrittore vista attraverso il ritorno a casa di Jacques Cormery, il suo alter ego, che “ avrebbe trovato Algeri al termine della notte”. È un ripercorrere gli anni difficili e poverissimi dell’infanzia “ da cui non era mai guarito”. Camus, attraverso le impressioni del protagonista, nel desiderio di ritrovare il ricordo del padre scomparso durante la prima guerra mondiale, richiama alla memoria parte della propria vita. Sono gli anni dell’infanzia algerina, delle innumerevoli esperienze della povertà, dei sogni vissuti in ” un anonimato dove non esiste né passato né avvenire“. In questo quadro è toccante l’incontro con il suo antico Maestro, amato dagli allievi, capace di rendere vivo e appassionante l’insegnamento.
Quel Maestro nel romanzo ha il nome di Bernard, mentre nella vita si chiama Germain. Racconta il protagonista: ” Col signor Bernard, le lezioni erano sempre interessanti, per la semplice ragione che lui amava appassionatamente il proprio mestiere. Fuori il sole poteva strepitare contro i muri rossicci, e il caldo infuriare persino nell’aula, anche se immersa nell’ombra dalle tende a larghe striscie gialle e bianche. E poteva cadere anche la pioggia, come fa in Algeria, in cateratte interminabili, trasformando la strada in un pozzo buio e umido; la scolaresca si distraeva appena. Solo le mosche, all’avvicinarsi di un temporale, sviavano a volte l’attenzione“.
Ecco il perché, Catherine Camus si decide a pubblicare nell’Appendice del volume una serie di documenti, tra cui la lettera che il padre aveva scritto al suo insegnante, Germain Louis, all’indomani del ricevimento del Premio Nobel per la Letteratura, nel 1957, per testimoniare il suo profondo affetto e ringraziamento.
« Caro Signor Germain,
ho aspettato che si spegnesse il baccano che mi ha circondato in tutti questi giorni, prima di venire a parlarle con tutto il cuore. Mi hanno fatto un onore davvero troppo grande, che non ho né cercato né sollecitato. Ma quando mi è giunta la notizia, il mio primo pensiero, dopo che per mia madre, è stato per lei. Senza di lei, senza quella mano affettuosa che lei tese a quel bambino povero che io ero, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo. Non sopravvaluto questo genere d’onore. Ma è almeno un’occasione per dirle che cosa lei è stato, e continua a essere, per me, e per assicurarla che i suoi sforzi, il suo lavoro e la generosità che lei ci metteva sono sempre vivi in uno dei suoi scolaretti che nonostante l’età, non ha cessato di essere il suo riconoscente allievo. L’abbraccio con tutte le mie forze.
Albert Camus“.
Il Maestro gli risponderà con una lettera altrettanto dolce ed intensa, da cui traggo queste parole: ” Non so esprimerti la gioia che mi hai dato col tuo gesto cortese, né so come ringraziarti. Se fosse possibile, stringerei forte quel ragazzone che sei diventato e che per me resterà sempre ‘il mio piccolo Camus’.”