Mi capita talvolta quando percorro via Rubichi, nel centro della Lecce vecchia, di alzare lo sguardo e di provare ad immaginare quelle giornate convulse in cui si celebrò il processo. Lo storico e scrittore Nicola Bernardini in ” Lecce nel 1848. Figure, documenti ed episodi della rivoluzione“, Carlo Luigi Bortone Editore, 1913, descrisse con dovizia di dettagli il contesto storico, politico e culturale, in cui si svolse l’istruttoria ed il dibattimento, davanti alla Gran Corte criminale, a carico di Sigismondo Castromediano ed altri patrioti, imputati nel 1848 di ” cospirazione pel cambiamento del governo legittimo, consumata con apposita missione in diverse parti del Regno, con lo scritto e con la stampa“. L’aula scelta per il processo era una delle più ampie dell’edificio, proprio quella nella quale Re Ferdinando II, durante una sontuosa festa, nel 1833, aveva ballato una quadriglia con la Principessa di Lequile. Di fronte ad un pubblico attentissimo, all’esito dell’istruttoria dibattimentale, caratterizzata da sottigliezze, insidie, tranelli ad ogni sillaba e false deposizioni, il Procuratore Generale chiuse la requisitoria chiedendo severe condanne. Ed in particolare, la pena di morte col terzo grado di pubblico esempio (ossia l’imputato trascinato sul luogo dell’esecuzione a piedi nudi, vestito di tunica nera, gli occhi e il volto coperti da un velo nero e la tabella d’infamia alle spalle) per Sigismondo Castromediano ed alcuni altri patrioti. Nella solennità di quella sala, in cui aleggiava qualcosa di funebre, presero la parola i difensori degli imputati. Come ebbe a scrivere lo storico Pietro Palumbo in Pagine del Risorgimento Salentino, ristampato nel 1981 dal Centro di Studi Salentini, il Foro leccese si distingueva all’epoca per i suoi valenti avvocati, noti per il loro eloquio in tutte le Corti del Regno.  Vale la pena provare a ricordarli. Si chiamavano Paolino Vigneri, Pasquale Santovito, Giuseppe de Luca, Errico Licci, Luigi Mastracchi. Spiccava tra tutti Pasquale Ruggieri, di fede borbonica e, tuttavia, difensore indomito del Castromediano nonché suo amico d’infanzia e di collegio.  Egli, dopo aver messo in chiara evidenza gli errori marchiani dell’istruttoria, i testimoni falsi e l’ingrandimento ad arte, da parte della pubblica accusa, di fatti assolutamente insignificanti, chiuse la magistrale arringa con queste parole e le lagrime agli occhi: ” Il mio raccomandato non ha altra colpa, se non quella di avere amato fortemente, sinceramente la patria. Sia lungi da quest’aula sacra alla Giustizia ogni funesta prevenzione: l’avvenire potrebbe suscitarci dei rimorsi da non purgarli giammai“.
La parola patria, dirà in seguito il Castromediano nelle sue celebri Memorie, ” fu finalmente pronunziata una sola volta in quella sala da più giorni echeggiante di menzogne e di minacce. Fu il Ruggieri il solo che osò proferirla e con tanta solennità di voce e di gesto, che nel pubblico si udì un mormorio soffocato di approvazioni, e i giudici non ardirono rimproverarlo…“.
Il 2 dicembre del 1850, in quell’edificio che un tempo era appartenuto ai Gesuiti e poi ai Benedettini, furono pronunciate le severe sentenze di condanna. Da quel giorno la sorte dei tanti patrioti, che avevano combattuto per una patria libera, scomparve sotto le buie arcate di terribili prigioni. Il Castromediano, insieme ad altri, fu condannato a trent’anni da scontare nelle galere borboniche di Procida, Montefusco, Montesarchio, Nisida e Ischia, costretto a trattamenti disumani, con la catena ferrata ai piedi. I nomi di alcuni di quei patrioti, che lottarono con lui per la libertà, compaiono scolpiti ai piedi della statua del Castromediano nella bella piazzetta di fronte alla Chiesa del Gesù, a testimonianza di quelle pagine dolorose e commoventi del Risorgimento salentino.
Di quel manipolo di uomini, che combatterono al suo fianco, voglio ricordare i seguenti nomi:
di Lecce
– Salvatore Stampacchia, avvocato;
– i fratelli Domenico e Giuseppe Corallo, il primo medico-chirurgo, l’altro avvocato;
– Michelangelo Verri, armiere;
– Giuseppe Amato, commerciante;
– Giovanni De Michele, studente;
– Pasquale Persico, architetto;
– il barone Bernardino Mancarella;
– il cieco Giuseppe De Simone, commerciante;
– Achille Dell’Antoglietta, ufficiale;
– Achille Bortone, avvocato;
– l’ottuagenario Fortunato De Giorgi, parrucchere;
– Ferdinando Mancarella, merciaio;
– Giuseppe Gallucci, calzolaio;
– Salvatore Pontari, artigiano;
– Leone Tuzzo, studente;
– Gaetano Madaro, sarto;
– Tommaso De Vincenzo, avvocato;
– Salvatore Brunetti, letterato e poeta;
– Carlo D’Arpe, medico;
– Luigi Cirillo, gentiluomo;
di Manduria :
– Nicola Schiavoni – Carissimo, gentiluomo;
– il canonico Salvatore Filotico;
– Giambattista Tarantini, medico;
– Raffaele Bodini, proorietario;
– Agostino Caputi, caffettiere;
– Maurizio Casaburi, commerciante;
– i fratelli Francesco ed Arcangelo, pellai;
– Nicola Donadio, commerciante;
– Nicola D’Autilio, cancelliere del Regio Giudicato;
di Otranto
– il caporale, Luigi Cosentini;
di Sava
– Arcangelo Marinaro, tintore;
di S. Pietro Vernotico
– Giovanni Maria Spagnolo, proprietario;
– Nicola Valzani, sacerdote.
Ad essi si aggiunsero Epaminonda Valentino, che morì in carcere, e Bonaventura Mazzarella di Gallipoli. Quest’ultimo, insigne magistrato, dopo aver rinunciato al suo ruolo, divenne nemico pubblico del governo borbonico. Fondò, all’indomani del 15 maggio del 1848, il Circolo Patriottico Salentino, del quale fu Presidente con segretari Annibale d’Ambrosio, Oronzo de Donno, Alessandro Pino ed il duca Castromediano. Quel Circolo, che si radunava in una modesta stanza al largo del Vescovado, ebbe breve vita. Il Mazzarella, contumace, fu condannato il 29 novembre 1851, con sentenza della Gran Corte criminale, alla pena di morte col 3°grado di pubblico esempio. Con la stessa sentenza, Oronzo De Donno di Maglie, anch’egli costretto ad emigrare, fu condannato a trent’anni di ferri.
Osservo il sontuoso Palazzo dei Gesuiti e, nel flusso quotidiano di tanti turisti ignari, i nomi di quei patrioti, che lottarono per la nostra libertà, ritornano alla memoria.