Il Natale dell’arcivescovo Seccia: “Oltre il panettone tanta voglia di ‘farsi carne’, come Gesù”

Più che un riassunto di questi primi due anni a Lecce, una narrazione che è progettualità. Nell’approssimarsi delle feste natalizie l’arcivescovo metropolita di Lecce invita i salentini a riscoprire le radici più profonde di una festa che purtroppo si confonde con gli slogan e con le mode.

Eccellenza, il prossimo 2 dicembre compie due anni di ministero a Lecce. Qual è il bilancio?

È certamente un bilancio positivo, non perché io sia ottimista, ma perché sono contento dell’esperienza maturata in questa comunità ecclesiale leccese, per tutto ciò che ho trovato e che continuo a scoprire.  E quando uso questo verbo, intendo dire scoprire come testimonianza di fede, come progetti di vita pastorale, come impegni diffusi nelle comunità. E alla domanda che spesso mi faccio da solo: “Quale cosa Michele metteresti al primo posto?”, rispondo: “Il grande dono che Dio mi ha fatto, nel giro di meno di due anni a Lecce, di ordinare sette nuovi sacerdoti diocesani. Ed è una fortuna ed un dono di Dio veramente grande. Ecco perché il bilancio da parte mia non può che essere positivo per la ricchezza degli aspetti favorevoli e della risposta che ho notato a non poche proposte, o nate da altri o suggerite da me, che hanno trovato un riscontro non solo interessato, ma soprattutto profondo e fecondo.

Che idea si è fatta di questo territorio?

Ho conosciuto un territorio molto diversificato, come succede in tutte le grandi città. Quindi le situazioni possono essere diverse, ma sicuramente nelle comunità ho riscontrato innanzitutto grande accoglienza. E questo è lo spirito del Sud, il clima che si respira al Sud, ce lo riconosciamo senza farcene vanto, né da parte mia, né da parte delle comunità o del clero. E nello stesso tempo ho notato una grande disponibilità e attenzione ai problemi della fede, alle esperienze delle fede. È chiaro che questo dipende molto dai preti. Ho notato diponibilità e sensibilità delle famiglie, perché come non mi stanco mai di ripetere, la fede nasce e si educa, si plasma nella famiglia. Secondo l’espressione dell’apostolo Paolo: “È Dio che fa crescere”.  Quando parliamo di fede teniamo conto di due dimensioni. Una che riguarda la religiosità, quella verificabile, persone che frequentano le processioni, che vanno a messa la domenica, i numeri, se vogliamo parlare in questi termini. Ma c’è una dimensione invisibile, nota solo a Dio che è quella che si verifica nella coscienza di ciascuno, che senso ha per me, per noi, per gli altri, per ciascuno di noi il rapporto con il sacro, con Dio e poi, ovviamente, il rapporto con il prossimo.

Quali sono le cose più interessanti e positive sulle quali vale la pena insistere e investire in questo territorio?

Sempre al primo posto la famiglia e al secondo posto la gioventù. La tentazione di mettere al primo posto i giovani è forte, ma il primo posto va alla famiglia perché i giovani si formano e respirano l’aria che qui trovano, per cui la prima realtà veramente educativa, anche dal punto di vista della fede, è proprio la famiglia. Passiamo ai giovani. Il futuro è dei giovani e noi come Chiesa ci confrontiamo con loro, con la loro formazione, con la loro preparazione ad affrontare la vita, con i problemi del lavoro, della disoccupazione, dei titoli di studio, perché ovviamente un giovane vede la propria realizzazione come un segno di speranza di ciò che potrà essere nella propria vita.

Quindi, eccellenza, qual è lo stato delle famiglie di questa comunità di cui Lei è il pastore?

La situazione delle famiglie è un po’ ambivalente, c’è da una parte una specie di ritorno alla famiglia, dall’altra una forma di evasione. Mi spiego. Da un lato i giovani preferiscono rimanere sempre più a lungo in famiglia, dall’altro molti vanno via in altre città per motivi di studio, di lavoro o alla ricerca di un futuro migliore. Spesso non riconosciamo le nostre bellezze, non solo quelle estetiche, ma anche la bellezza della nostra terra come potenzialità e possibilità di valorizzare il nostro territorio, la sfida di promuovere la bellezza come stimolo alla riscoperta delle nostre radici, a ritrovare quel campanilismo positivo di ammirazione per quello che i nostri padri ci hanno tramandato, sotto ogni aspetto, politico, religioso, culturale, artistico, contribuendo a realizzare queste condizioni di vita.

Ed in particolare, che idea si è fatta dei nostri giovani?

Quando incontriamo i giovani nelle parrocchie sono abbastanza determinati, propositivi, disponibili. Ma c’è bisogno anche di formatori che nel tempo li accompagni. Spesso il giovane si lascia prendere dall’entusiasmo del momento, ma ha sempre bisogno di essere seguito e di trovare stimoli anche negli educatori, diventando egli stesso uno che si inventa, diventando protagonista attivo della sua vita e di quella della comunità.

 

Eccellenza, i poveri di Lecce, chi sono?

È una realtà, penso e spero, non sommersa. È una realtà umana, sociologica al centro dell’attenzione della Chiesa. Devo dire che l’aspetto più interessante e positivo, è come, non solo la Caritas, ma tante parrocchie, tante associazioni, tanti volontari vanno incontro ai poveri, assistendoli non solo dal punto di vista materiale, ma accompagnandoli nei percorsi di cure mediche, di socializzazione, di integrazione nei vari contesti. L’analisi dell’identikit del povero è molto delicata e complessa. Il povero non è solo chi non lavora, chi non ha casa, chi ha un disagio di infermità. Il povero va visto anche sotto un aspetto un po’ più articolato, come anche la possibilità di crearsi una famiglia, di formare i figli. Da qui, per esempio, le dodici piccole imprese nate grazie al progetto Policoro, che danno la possibilità di avviare occasioni di lavoro, nella prospettiva di un futuro migliore.

La politica, in questi due anni, ha dato le risposte che questo territorio si aspetta?

Le risposte della politica non sono mai totalmente soddisfacenti, non perché si faccia un discorso di parte. Non sempre le capacità amministrative e gestionali delle realtà politiche arrivano ad assicurare ciò di cui un territorio ha bisogno, o perché mancano le risorse oppure perché si fanno delle scelte diverse. Ma questo è comprensibile, perché la politica non necessariamente deve fare le stesse scelte della Chiesa. Ma col dialogo e l’incontro la collaborazione può divenire più feconda.

Infine, Eccellenza, un augurio per Natale!

Andare oltre la bontà natalizia del panettone. La bontà del Natale è quella dell’incarnazione. L’espressione “il Verbo si è fatto carne” rimane fissa nella mia mente e nel mio cuore. Dovrebbe provocarci molto di più! Significa che il Verbo, Dio, si è incarnato in Gesù, ma per noi che ascoltiamo la Parola, vuol dire che questa Parola deve farsi carne nella nostra vita. Altrimenti è inutile ripetere durante la messa “rendiamo grazie a Dio, lode a Dio”. Ma dobbiamo chiederci “cosa mi hai detto, che messaggio mi lasci Dio, che provocazione mi hai dato”. Gesù ha chiamato gli apostoli e loro, udita la voce, lo seguirono. Ecco, allora il Verbo si fa carne, quando sentendo la voce noi ci decidiamo a seguire il vero maestro! Buon Natale a tutti!

Di seguito il Messaggio di Natale dell’arcivescovo Michele Seccia:

“Carissimi,

il tempo di Avvento è trascorso in fretta, appena quattro domeniche e siamo già a Betlemme per la nascita di Gesù: è Natale! La festa più attesa da piccoli e grandi! E, mentre scrivo, immagino come in molte case ci sia già il presepe. Magari, qualcuno avrà anche provato a ignorare questa atavica tradizione, ormai superata… mentre, sono certo che in molti avrete ripreso questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare. Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia, diventando come un Vangelo vivo che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura.

Per questo, mi auguro che si sia trasformato in un impegno per tutta la famiglia! Un momento nel quale ciascuno avrà fatto la sua parte, ripescando l’allestimento dello scorso anno o ricercando il nuovo tra le mille opportunità che questo tempo ci offre.

Scegliendo l’ambiente più adatto, l’ingresso, la sala da pranzo… sempre dando ad esso il posto che merita, il posto d’onore con al centro la grotta della natività con il Bambino, Maria, Giuseppe, il bue e l’asinello!

È un momento emozionante ed è un segno, ricordo indelebile della nostra fanciullezza, che ci aiuterà a risvegliare la nostra Fede con la gioia di ritrovarci insieme come famiglia!

Vi invito, a rileggere proprio dinanzi al presepe, in un atteggiamento di ascolto comune, almeno un racconto della nascita di Gesù tramandato dagli evangelisti Matteo (1,18-25), Luca (2,1-20) e Giovanni (1,1-18). Un bel momento di preghiera familiare accompagnato anche dalla lettura della Admirabile Signum, la Lettera Apostolica che Papa Francesco ha firmato e consegnato durante il suo pellegrinaggio a Greccio, luogo nel quale San Francesco ha voluto la prima rappresentazione della Natività. È così che nasce la nostra tradizione: tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia, senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero.

Miei cari, leggendo la narrazione matteana riscontriamo un chiaro riferimento al tema della “mensa”, che ha indotto i Padri della Chiesa a sottolineare l’attinenza con l’Eucaristia: “Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio” (Mt 2,7).

Sostiamo dinanzi a questo quadro di vita reale ben descritto dall’evangelista Matteo, scopriamone l’importanza per la nostra famiglia e per il cammino che stiamo compiendo insieme in questo anno pastorale come Chiesa di Lecce.

È un ulteriore e concreto invito che ci viene rivolto dal Bimbo avvolto in fasce e posto in una mangiatoia: il Verbo di Dio, nato da Maria per opera dello Spirito Santo, si presenta nella condizione umana come Colui che si offre all’umanità come Salvatore e come il Pane disceso dal cielo (cf. Gv 6). Viene il Dio-con-noi per un rinnovamento ed una rinascita della famiglia convocata intorno alla mensa domestica, dove si riscopre partecipe di un nutrimento che viene dal cielo: il Verbo che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi per la nostra salvezza e redenzione.

Per questi motivi, con un grande affetto per ciascuno di voi, rinnovo l’invito a mettervi insieme, nella vostra famiglia, per fare esperienza della Parola che nutre, per meditare e riflettere ripartendo dal disegno originario di Dio che, nel meraviglioso progetto della Creazione, ha voluto la famiglia. Non dimenticatelo mai: il Vangelo letto e meditato in famiglia è come un pane buono che nutre il cuore di tutti.

Carissimi,

mentre viviamo nel clima della festa – e non perché a Natale dobbiamo essere tutti più buoni ma molto più evangelicamente perché vogliamo diventare discepoli di Gesù Maestro di Carità – non dimentichiamoci di chi il calore della famiglia e quindi della mensa domestica non lo vivrà nemmeno in questi giorni speciali. Sarà Natale cristiano se almeno una volta porteremo un the caldo ai “personaggi di quel presepe” che ogni notte sono Corpo di Cristo nella mangiatoia della stazione di Lecce. Se andrete a trovare magari con i bambini e con un dolce di pasta reale almeno una persona anziana o disabile “costretta” alla solitudine o ospite senza parenti in una casa famiglia. Se dedicheremo mezz’ora del nostro tempo ad amici che vivono il dramma della disoccupazione e della povertà e per i quali nemmeno un presepe costruito in casa riuscirà a sollevarli dall’angoscia. Lodevoli a tal proposito  le iniziative “Piatto sospeso” ed il “Buono-regalo Happy Christmas 2019” promosse della Caritas diocesana e della Casa della Carità di cui abbiamo appena festeggiato il settimo compleanno.

Sarà, infine, Natale cristiano se invece di disprezzare l’immigrato, il diverso, il detenuto, il tossicodipendente, il ludopatico, il “povero che se l’è cercata”… proveremo noi stessi a farci carne e mensa di Speranza e, mettendoci alla prova con semplici ma rivoluzionari gesti quotidiani, daremo il nostro contributo alla profezia di una società più giusta e più umana.

Vi auguro di cuore, con affetto paterno e fraterno, di trascorrere un Santo Natale e un Sereno 2020 respirando la gioia della pace annunciata dagli angeli nell’alto dei cieli e condivisa sulla terra con e tra tutti i vostri cari.

Contemplate e adorate Gesù Bambino e ispirate la vostra vita in casa a quella della Santa Famiglia di Nazareth mentre ricevete la benedizione del vostro Padre e Pastore nella fede!”

Articolo tratto dal Corriere Salentino Magazine n.2 anno 2