F.Oli.

NARDO’ (Lecce) – Quattro medici indagati per la morte di Mongi Ben Mustafa, 62 anni compiuti a maggio, di origini tunisine ma residente a Nardò, deceduto l’8 luglio all’ospedale “Vito Fazzi” dopo due operazioni al cuore. Il pubblico ministero Stefania Mininni, titolare del fascicolo, ha iscritto i nomi dei quattro camici bianchi, residenti tra Lecce, Bari e Collepasso, con l’accusa responsabilità colposa in ambito sanitario. L’iscrizione nel registro degli indagati si deve ritenere un atto dovuto per consentire a tutte le parti coinvolte nel procedimento di poter nominare i propri consulenti in vista dell’autopsia. L’accertamento necroscopico verrà conferito mercoledì prossimo al medico legale Roberto Vaglio che sarà affiancato dal professore Raffaele Furlan, specialista in cardiologia.

A mettere in moto l’indagine è stato il nipote della vittima: B.A., 36enne, anch’egli di origini tunisine e residente a Nardò, assistito dall’avvocato Antonio Palumbo. Il giovane, il giorno della dipartita, si è presentato presso il posto fisso di polizia per denunciare la morte del parente e ripercorrere così le tappe di questo presunto caso di malasanità. La sera dell’1 luglio Mongi Ben si sente male a causa di problemi cardiaci. Viene richiesto l’intervento di un’ambulanza. Il personale sanitario ritiene necessario un ricovero per accertamenti e il 62enne viene accompagnato presso l’ospedale di Copertino. Dopo aver trascorso una notte nel nosocomio i medici ritengono che debba essere trasferito nel reparto di chirurgia del “Vito Fazzi”. Dagli approfondimenti si rende necessario un intervento chirurgico che viene effettuato il 2 luglio. Un’operazione lunga iniziata alle 15.00 e finita solo alle 19.00. Immediatamente dopo, uno dei chirurghi che aveva partecipato all’intervento, si sarebbe avvicinato al nipote del paziente informandolo che l’operazione era andata bene.

Due mattine dopo sempre lo stesso nipote raggiunge l’ospedale per fare visita allo zio. Che riferisce di stare bene salvo un dolore compatibile con l’intervento subito. Il 4 luglio, però, le condizioni si aggravano. Mongi Ben riferisce al familiare di patire dolori atroci; ha la maschera dell’ossigeno, il colorito giallognolo e, a suo dire, stava morendo per i dolori. Nella prima mattinata del 5 luglio il nipote riceve una telefonata da parte di un operatore del reparto in cui era ricoverato lo zio che lo informava che dalle 3.00 avevano cercato di informarmi che le condizioni di vita dello zio erano critiche e che a causa di un arresto cardiaco e di un infarto alla pancia era stato eseguito un nuovo intervento chirurgico d’urgenza.

Poche ore dopo uno dei medici (che aveva eseguito l’intervento chirurgico) avrebbe aggiornato il nipote che lo zio era in condizioni critiche a causa del mal funzionamento del cuore. Inoltre si era reso necessario applicargli un macchinario sostitutivo della funzione cardiaca ed un altro per la respirazione. Il giorno dopo, B.A. sarebbe riuscito a vedere lo zio che aveva la bocca piena di sangue al punto che neanche la traversina che aveva sotto al cuscino riusciva a contenere l’emorragia, il collo e le scapole gonfi e giallognoli. Il personale infermieristico avrebbe tamponato il sangue provvedendo a inserire al 62enne un tubo all’interno della bocca per aspirare l’emorragia.

Il paziente, però, non era cosciente né dava segni in tal senso. Il medico, interpellato per conoscere le condizioni dello zio, avrebbe risposto al nipote che neanche lui sapeva se fosse vivo o morto e che l’unico modo per saperlo era quello di fargli un encefalogramma effettuato il giorno dopo e che aveva rilevato come il cervello del paziente fosse attivo.

Appena 24 ore dopo, però, si consuma la tragedia. Nel primo pomeriggio il nipote riceve una telefonata dal centralino dell’ospedale che lo mette in contatto con un medico o un infermiere. Il contenuto della telefonata è atroce: lo zio era morta e B.A. doveva raggiungere l’ospedale. La salma, su disposizione del magistrato, è stata così trasferita presso la camera mortuaria dell’ospedale di Lecce. La notizia della dipartita di Mongi Ben Mustafa è stata poi comunicata alle tre figlie, di nazionalità italiana, avute dall’uomo in un precedente matrimonio. Da ormai 11 anni vivono in Tunisia con la seconda moglie del 62enne.

Sarà ora l’autopsia a fugare qualsiasi dubbio sulle eventuali responsabilità a carico dei quattro medici che hanno operato il 62enne. Gli indagati sono difesi dall’avvocato Andrea Quacquarelli.